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Il medioevo

I "fabliaux"

I fabliaux (in italiano, favolelli) sono brevi racconti in versi, nei quali sono narrate storie comiche e spesso oscene in toni crudamente realistici o satirici. Ne rimangono circa 160, in gran parte anonimi. Sorto nel Nord della Francia verso la fine del secolo XII, il genere continuò fino alla prima metà del secolo XIV. Secondo alcuni studiosi l'origine dei fabliaux va ricercata nella tradizione classica latina e greca; altri ritengono, invece, che i primi siano stati quelli scritti da Jean Bodel.

L'ambientazione, la narrazione e i personaggi

I fabliaux si caratterizzano per l'ambientazione borghese, quotidiana, la mancanza di finalità allegoriche o simboliche, la presenza della parodia di generi più alti e soprattutto la brevità. L'azione narrativa segue uno sviluppo lineare che si risolve senza residui nella conclusione; il senso della narrazione coincide quindi con l'intreccio. La stessa comicità nasce dalle strutture dell'azione ed è dunque immediatamente godibile. Invece dell'immagine idealizzata della società cortese, il fabliau propone un'immagine deformata e volutamente parodistica della realtà quotidiana. Non a caso al centro dei fabliaux vi è lo stesso triangolo erotico ­ marito, moglie e amante ­ che può essere considerato una delle strutture portanti della narrativa romanzesca. Qui però la prospettiva è del tutto rovesciata: il marito è di solito un villano, un borghese più o meno rozzo; la donna è ricettacolo di tutti i vizi, dall'avarizia alla superbia alla gola e soprattutto alla lussuria; l'amante, che nel triangolo prende il posto del cavaliere, è il prete o lo studente, la cui "ricerca" mira semplicemente ad appagare i più bassi istinti. Una questione controversa riguarda il pubblico dei fabliaux: taluni studiosi sostengono l'origine borghese del genere, altri invece ritengono che solo l'aristocrazia potesse apprezzare la comicità e lo spirito parodistico dei fabliaux. Il genere influenzò la successiva produzione letteraria francese (Rabelais) e non fu ignoto a scrittori italiani quali Boccaccio e Bandello.

Il "Roman de Renart"

Il titolo Roman de Renart (Romanzo di Renart) designa non un'opera organica, ma un insieme composito di racconti in versi (ottosillabi rimati a coppie) scritti da autori differenti fra il 1175 e il 1250 circa. I vari racconti (ne restano 27, noti con il nome di branches, rami; il secondo e il quinto sono i più antichi e vengono generalmente attribuiti a un poeta di nome Pierre de Saint-Cloud), mettono in scena le avventure di Renart, la volpe, e dei suoi compagni, Chantecler il gallo, Tibert il gatto, Tiécelin il corvo, Brun l'orso, Noble il leone e soprattutto Ysengrin, il lupo. Danno così vita a una sorta di "epopea animale", che fonde spunti colti, tratti dalla favolistica antica e latino-medievale, con il vasto repertorio delle leggende popolari. La natura composita dell'opera giustifica il tono diseguale. Si può dire grosso modo che nelle prime branches (circa le prime quindici) l'intenzione satirica e parodistica si esprime in modo lieve e sorridente, senza escludere il piacere della narrazione o il gusto di una comicità franca e spontanea. L'osservazione realistica del mondo borghese e popolare, del tutto diverso dall'universo ideale del romanzo cortese, l'ironia nei confronti dei valori astratti di quella società (prodezza, cortesia ecc.), uniti a una concreta gioia di vivere, costituiscono l'altra faccia della letteratura medievale. Le branches successive non raggiungono lo stesso equilibrio e la narrazione è appesantita dal prevalere dell'intenzione didascalica e moralistica.

Renart, eroe borghese

Con Renart nasce un eroe nuovo, del tutto diverso da Orlando, il prode cavaliere, e da Tristano, l'innamorato infelice. Renart non è nobile, non è cavaliere; per sopravvivere alle difficoltà dell'esistenza può contare solo su se stesso e non su forze magiche o sovrumane. Renart è il prototipo dell'eroe borghese, astuto, che utilizza la propria intelligenza per affrontare avversari più forti e più potenti. L'opera ha avuto un grande successo popolare; non a caso Renart, che all'epoca era un nome proprio, diventò ben presto il nome comune per designare in francese la volpe (renard), al posto dell'originario e ormai dimenticato sostantivo goupil.

 

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