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Il novecento

La "nouvelle critique"

L'etichetta nouvelle critique è stata da R. Picard attribuita a un gruppo di studiosi ­ tra cui spiccano R. Barthes, G. Genette e J. Starobinski ­ "nuovi critici" che non costituiscono una scuola, anzi muovono da posizioni diverse. Tuttavia si possono cogliere in loro alcuni orientamenti principali, che si sviluppano intorno all'affermazione dell'assoluta autonomia del fatto letterario e della preminenza del testo nei confronti dell'autore. Il testo letterario possiede una pluralità semantica e una gamma di significati impliciti ben più ampia di quella manifestata dalla lettera. Dunque il critico si propone di utilizzare gli strumenti più complessi delle scienze umane (linguistica, psicoanalisi, sociologia, antropologia e così via) per interpretare alcuni dei possibili significati del testo, consapevole di aver indicato solo uno dei percorsi possibili.

 

Roland Barthes

Roland Barthes (1915-1980) è uno dei maggiori esponenti della nouvelle critique. Nel saggio Le dégré zéro de l'écriture (Il grado zero della scrittura, 1953), influenzato da Sartre e dalla sociologia marxista, elaborò la nozione di "scrittura", terza dimensione della forma, che sta fra lingua e stile e caratterizza la relazione tra lo scrittore e la società che riceve il suo atto creativo. Nei lavori seguenti la metodologia di Barthes si arricchì degli apporti fondamentali dell'indagine psicoanalitica, ripensata attraverso i suggerimenti di Bachelard, e della linguistica strutturale. In Mythologies (Miti d'oggi, 1957) l'analisi semiologica si concentra sui miti della società contemporanea. In seguito si è accostato al dibattito sulla "testualità": negli scritti degli ultimi anni, tra cui S/Z (1970), Le plaisir du texte (Il piacere del testo, 1973), Fragments d'un discours amoureux (Frammenti di un discorso amoroso, 1977), La chambre claire (La camera chiara, 1980), Barthes insiste sulla polivalenza del discorso letterario e sulla centralità del lettore: ogni lettura è soltanto un possibile percorso tra molti.

 

Gérard Genette

Gérard Genette (1930) si muove all'interno di una duplice ispirazione: da un lato la teoria generale delle forme letterarie, la poetica, dall'altro il concreto lavoro dell'analisi del testo. La critica deve avvalersi dei contributi di linguistica, stilistica, semiologia per organizzarsi in teoria della letteratura; ma fondamentale per la ricerca delle leggi generali è l'interpetazione dei singoli testi, quindi il lavoro critico. Tra le opere: Figures (Figure, 1966); Figures II (Figure II, 1969); Figures III (Figure III, 1972), analisi dell'opera di Proust; Nouveau discours du récit (Nuovo discorso del racconto, 1983), Métalepse (Metalepsi, 2004).

 

Jean Starobinski

Il ginevrino Jean Starobinski (1920), muovendosi fra strumenti metodologici diversi (psicoanalisi, fenomenologia e critica tematica), perviene a un metodo consapevolmente parziale ma suggestivo, che gli consente di cogliere le tendenze e le forme dell'immaginario e della sensibilità artistica. Tra le opere: Jean-Jacques Rousseau: la transparence et l'obstacle (Jean-Jacques Rousseau: la trasparenza e l'ostacolo, 1958); L'œil vivant (L'occhio vivente, 1961); L'invention de la liberté (L'invenzione della libertà, 1964); La relation critique (La relazione critica, 1971); La mélancolie au miroir: trois lectures de Baudelaire (La malinconia allo specchio: tre letture di Baudelaire, 1989).

 

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