L'età classica

Origine e sviluppo dell'arte oratoria

Già i poemi omerici testimoniano un considerevole sviluppo dell'arte oratoria: i personaggi più importanti, infatti, quando si riuniscono in assemblea, esibiscono la loro capacità di parlare e di colpire emotivamente l'uditorio. L'uso sistematico e consapevole dell'arte oratoria e la conseguente definizione di un sistema di precetti, però, si ebbero in Atene nel corso del V secolo a.C. L'impulso fondamentale venne dalla struttura democratica dello stato ateniese, che prevedeva due importanti momenti di partecipazione popolare alla vita pubblica: quello giudiziario e quello politico. In ambito giudiziario il diritto attico prescriveva giurie molto ampie (potevano essere composte anche da centinaia di cittadini uniti in assemblea), di fronte alle quali, accusato e accusatore dovevano parlare in prima persona, senza poter essere rappresentati da avvocati. Per questa ragione si affermarono ad Atene le figure dei logografi, professionisti dell'“arte del dire” che fornivano agli interessati testi costruiti in maniera lineare, ma efficace, per convincere la giuria. Colui che pose le basi per questa tecnica del discorso fu il sofista siciliano Gorgia da Lentini, ma il più celebre dei logografi fu Lisia (ca 445-365 a.C.): nelle sue orazioni dimostra una straordinaria capacità di usare tutte le risorse della parola adattandole alla situazione processuale e psicologica dell'interessato. In campo politico, invece, il primo personaggio di cui gli storici ricordano la capacità di affascinare le folle con la parola fu Pericle (di lui non restano discorsi, ma la sua più celebre orazione è “ricostruita” dallo storico Tucidide nel Libro II delle sue Storie). Lo sviluppo maggiore dell'oratoria politica si ebbe durante il IV secolo, quando vissero e operarono i più grandi oratori: Demostene (384-322 a.C.), autore di numerosi e combattivi discorsi contro la politica espansionistica del re di Macedonia Filippo II, e Isocrate (436-338 a.C.), più portato a un'oratoria celebrativa e solenne, stilisticamente elaboratissima. Tutta l'esperienza degli oratori greci fu codificata da Aristotele nella Retorica, che divenne il punto di riferimento essenziale per le diverse scuole dell'età ellenistica, le più celebri delle quali fiorirono ad Atene e a Rodi.

I generi della retorica secondo Aristotele

Nella Retorica, Aristotele distingue tre generi nell'arte oratoria, divisione che, accolta dalla trattatistica antica, è seguita anche dai moderni. Questi tre generi sono: il deliberativo o politico (ghénos sumbuletikón), usato in assemblea per persuadere i cittadini riguardo a decisioni e iniziative; il giudiziario (dikanikón), suddiviso in accusa e difesa, e da cui si sviluppano le azioni giudiziarie delle díkai (accuse mosse dal singolo per questioni d'interesse privato), delle graphái (accuse nate da questioni d'interesse pubblico) e delle eisanghelìai (accuse riguardanti i reati contro lo Stato); l'epidittico o dimostrativo (epideiktikòn), usato in occasioni ufficiali come feste e solennità per elogiare (o biasimare) personaggi famosi. Questa tripartizione divenne canonica e si fissò grazie all'attività dei tre grandi rappresentanti dell'oratoria attica che predilessero un genere specifico: Demostene il deliberativo, Lisia il giudiziario, Isocrate l'epidittico.

Già nel V secolo, al suo atto di nascita, l'arte oratoria o retorica (retorikè téchne) aveva due finalità predominanti: il convincere (péithein), stimolando la razionalità dell'ascoltatore, e il trascinare le anime (psychagoghéin), affascinando e facendo leva sulle emozioni e i sentimenti dell'uditorio.

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