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L'età greco-romana

I Vangeli sinottici

I tre vangeli di Matteo, Marco e Luca sono detti sinottici in quanto, per le analogie dei loro contenuti, permetterebbero, se allineati su colonne parallele, una “visione d'insieme” (in greco sýnopsis): dei 661 versetti di cui è composto il testo di Marco, 600 ritornano in Matteo e 350 in Luca. Dagli studi sulle possibili fasi della redazione e sulle reciproche interrelazioni dei Sinottici, è emerso che il vangelo più antico è quello di Marco, da cui sembrano discendere Matteo e Luca, anche se questi ultimi presentano molti passi in comune tra loro e che non si riscontrano in Marco. Se ne desume che essi presuppongano (per tali parti) un'altra fonte, una più antica redazione di Matteo o un altro documento che avrebbe raccolto le parole di Gesù. Resta comunque assodato che la composizione di tutti i vangeli dovette appoggiarsi anche a una tradizione orale, fortemente radicata nella prima comunità cristiana.

Il problema della datazione

Problema essenziale, per altro di difficilissima soluzione, è la datazione dei Sinottici. Gli studiosi cattolici ritengono di poterli collocare attorno all'anno 70, mentre quelli protestanti posticipano la datazione di qualche decennio. Altri studiosi hanno postulato, sulla base del ritrovamento in una grotta di Qumram di un frammento di papiro, identificato con due versetti del vangelo di Marco, la possibilità di retrodatare questo vangelo a un periodo precedente la caduta di Gerusalemme, forse addirittura attorno al 50 d.C.

Analogie e differenze dei Sinottici

I vangeli riflettono in modo rilevante la personalità differente dei loro autori, oltre che le diverse finalità per cui furono composti, in relazione agli ambienti culturali cui si rivolgono. Ma evidenti sono pure le analogie, a partire dal fatto che tutti gli evangelisti non sono letterati né uomini di cultura e sono addirittura estranei al mondo greco: tuttavia la loro lingua è semplice ed efficace, una lingua nuova si direbbe – come nuovo è il contenuto della predicazione di Gesù – intessuta di ebraismi e di espressioni vive del parlato.

Matteo scrive per i cristiani di origine giudaica e il suo vangelo, (originariamente forse redatto in aramaico e poi rielaborato in greco) intende soprattutto dimostrare che Gesù è il Messia annunciato nelle profezie del Vecchio Testamento. In Matteo, il messaggio della nuova fede è affidato ai grandi discorsi di Cristo (cinque, tra i quali il noto Discorso della Montagna o delle Beatitudini).

Minore rilievo ha la predicazione di Gesù nel vangelo di Marco: egli non fu testimone oculare della vita del Cristo, ma fu discepolo di Pietro, che seguì in Italia. Proprio a Roma fu forse composto il suo vangelo, che, centrato prevalentemente sul racconto dei gesti e dei miracoli del Salvatore, si rivolge alla comunità dei cristiani romani, pagani d'origine. La lingua di Marco, con le sue consistenti reminiscenze aramaiche, è semplice e immediata, povera nel lessico ed elementare nella scansione sintattica.

Certamente più articolata e complessa è la lingua greca di Luca, originario di Antiochia di Siria, probabilmente di professione medico, fu convertito da Paolo, che poi accompagnò nei suoi viaggi apostolici. Accanto alla preoccupazione di una documentazione precisa degli atti e delle parole del Cristo, domina nel suo vangelo la consapevolezza dell'universalità del messaggio cristiano. A Luca sono attribuiti anche gli Atti degli Apostoli, il racconto della vita delle prime comunità cristiane, delle cui vicende Luca fu spesso testimone oculare. Lo stile dimostra la stessa accuratezza presente nel vangelo lucano.

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