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Letteratura angloamericana

La prosa degli anni Sessanta

Furono la stagione underground, che nascondeva dietro l'atmosfera di fiducia e speranza di pace gravi tensioni sociali, segnate da violente sommosse nei ghetti urbani, dalla politicizzazione delle masse nere, dalle agitazioni studentesche, dalla nascita della nuova sinistra. Anche la letteratura sentì e visse questo clima di impegno ideologico e sociale, di fervido movimento sperimentale e, accanto a libri più "tradizionali" (i racconti di John Cheever, 1912-1982; la rinascita del romanzo storico: Gore Vidal, 1930), si trovano figure come quella di W. Burroughs, uno dei maggiori esponenti della beat generation. Sentirono la necessità di fuggire dal sistema, per non essere incamerati e distrutti dalle istituzioni, altri autori quali John Barth (1930), che ha decretato la fine della narrativa tradizionale e l'ingresso di quella postmoderna; Richard Brautigan (1935-1984), che ritrasse individui bisognosi di fuga e in rivolta contro la società contemporanea (Trout fishing in America, Pesca delle trote in America, 1967). Da ricordare ancora Ken Kesey (1935-2001), autore di One flew over the cuckoo's nest (Qualcuno volò sul nido del cuculo, 1962), sulla repressione massificata degli individui che non si integrano; e William Gass (1924), più interessato, nei suoi romanzi, agli accadimenti linguistici che a ritrarre il mondo reale (Willie master's lonesome wife, La moglie sola di mastro Willie, 1968); Joyce Carol Oates (1938), scrittrice che esplora la crudeltà e la violenza. Altri autori ancora, come Donald Barthelme (1933-1989), Robert Coover (1932), Don de Lillo (1936), posero le premesse della narrativa postmoderna.

William Burroughs

William Burroughs (1914-1997), nato a Saint Louis, Missouri, è stato lo scrittore sperimentale più importante del secondo dopoguerra americano inserito nel filone aperto dalle avanguardie europee (Joyce, G. Stein) e uno dei maggiori rappresentanti della letteratura psichedelica, che amplificava le visioni tramite l'uso di droghe allucinogene. Diplomato a Harvard, vagabondò per tutto il mondo, dedito agli stupefacenti. Dopo una cura di disintossicazione, scrisse nel 1953 il saggio autobiografico Junkie (La scimmia sulla spalla) sul mondo dei tossicodipendenti. Le sue opere, tra cui The naked lunch (Il pasto nudo, 1959), The soft machine (La morbida macchina, 1961, 1968), The ticket that exploded (Il biglietto che è esploso, 1962), Nova Express (1964), Wild boys (Ragazzi selvaggi, 1971), Port of saints (Porto dei santi, 1975), Cities of the red night (Città della rossa notte, 1981), The place of dead roads (Il luogo delle strade morte, 1984), The western lands (Le terre occidentali, 1987), sono caratterizzate da un'originale commistione di generi, narrativo e insieme saggistico, con il frequente ricorso a tecniche di collage surreale, in un processo di "scomposizione" di quel linguaggio che è parte integrante di un sistema repressivo.

Tom Wolfe

Tom Wolfe (1931), nato a Richmond, Virginia, continua sulla strada, indicata da Capote, di uno stile intermedio fra giornalismo e narrativa. Osservatore curioso della stagione hippy, è autore di una serie di saggi brillanti: The kandy-kolored tangerine-flake streamline baby (La baby aerodinamica kolor karamella, 1965), Radical chic, mau-mauing the flak catchers (Lo chic radicale e mau-mauizzando i parapalle, 1970). Nel 1987 approdò al romanzo con The bonfire of vanities (Il falò delle vanità, 1987), affresco satirico di New York e dei suoi problemi razziali e politici.

John Hoyer Updike

John Hoyer Updike (1932-2009), nato a Shillington, Pennsylvania, indagò nei suoi romanzi i problemi dell'uomo medio, ancora legato alle tradizioni, ma allo stesso tempo alla ricerca di una nuova identità. Lavorò giovanissimo per il "New Yorker" (1955-57), segnalandosi come acuto critico e pregevole poeta (The telephone pales, Pali del telefono, 1963). Dopo l'esordio con il romanzo The poorhouse fair (Festa all'ospizio, 1963), ottenne un grande successo con la fortunata serie del coniglio Rabbit (Rabbit, run, Corri, coniglio, 1960; Rabbit redux, Il ritorno di coniglio, 1972; Rabbit is rich, Coniglio sei ricco, 1981; Rabbit at rest, Coniglio si riposa, 1990), cronaca di un'America seduta nel consumismo e priva di tensioni ideologiche, riprese nell'altro romanzo Couples (Coppie, 1968). Seguirono The witches of Eastwick (Le streghe di Eastwick, 1984) e i racconti The afterlife and other stories (Fratello cicala, 1994).

Charles Bukowski

Charles Bukowski (1920-1995) incominciò a scrivere in età matura sia poesie, caratterizzate dalla grande forza espressiva con cui sono comunicate le esperienze di vita dell'autore (True story, Storia vera; The girls, Le ragazze, entrambe del 1966), sia prosa: Erections, ejaculations, exibitions and general tales of ordinary madness (Storie di ordinaria follia, 1967) fu la raccolta di racconti che gli diede fama e in cui, con un linguaggio molto realistico e aggressivo, narra in brevi bozzetti le sue avventure e le sue fantasie erotico-sessuali. Fra le altre opere: Notes of a dirty old man (Taccuino di un vecchio sporcaccione, 1969) e Ham on rye (Panino al prosciutto, 1982).

Thomas Pynchon e il postmodernismo

Thomas Pynchon (1937), nato presso New York, narrò nei suoi romanzi vicende complicate e paradossali, che aspirano a essere metafore della vita e della realtà contemporanea: V (1963), a metà strada fra fantastico e fantascientifico; The crying of the lot 49 (L'incanto del lotto 49, 1966); Gravity's rainbow (L'arcobaleno della gravità, 1973); le raccolte di racconti Entropy (Entropia, 1960) e Slow learner (L'allievo lento, 1984) e il romanzo Vineland (1990), sul mondo degli hippies californiani.

Pynchon è considerato uno dei padri del postmodernismo. La consacrazione di questo movimento, iniziato negli Anni 60, si avrà infatti nel 1973, con l’uscita del suo capolavoro,
Gravity’s Rainbow (L’arcobaleno della gravità), vincitore del National Book Award. Il termine “postmoderno” compare in riferimento alle discipline più disparate, ma in tutte le sue forme è caratterizzato dall’impegno verso il pluralismo, il che denota un forte bisogno di restare ancorati alla contemporaneità, caratterizzata da quella “compressione di spazio e tempo” definita villaggio globale. Il postmoderno cerca l’inclusione, il superamento dei confini che attualmente frammentano la nostra società. L’identità è definibile solo attraverso il confronto con l’”altro”, il diverso e l’opposto. La letteratura postmoderna utilizza il citazionismo, l’imitazione e il pastiche. Alcuni narratori rifuggono inoltre dai personaggi a tutto tondo, privilegiando quelli monodimensionali o allegorici, che raccontano una “realtà” che non è più data, oggettiva. L’accento si è spostato su una serie di fenomeni socioculturali: le realtà simulate e virtuali dei mass media; gli inganni e le trappole della narrazione (la fiction); i complotti, gli intrighi, i segreti e le messe in scena della storia. In Mason & Dixon (1997), Pynchon non solo imita il tono e addirittura l’ortografia degli scrittori del ‘700 inglese, come Henry Fileding , ma arriva ad asserire che non c’è niente di più temibile di una versione unica di come stanno le cose nel mondo o di come si è svolta la storia. Egli cerca invece di dare voce a più versioni della storia, in modo che ci sia possibilità di dialogo, di dibattito, di confronto.

Robert Coover

In questo panorama merita attenzione Robert Coover (1932), esponente della cosiddetta metafiction (metanarrativa), considerata una delle evoluzioni della letteratura postmoderna: infatti fa sempre esplicito riferimento agli espedienti del romanzo e si avvale di molta ironia. La metafiction può anche essere paragonata al teatro presentazionale, che ricorda costantemente al pubblico che sta assistendo a una rappresentazione. In un romanzo di metanarrativa, similmente, al lettore non è permesso dimenticare che sta leggendo un’opera d’invenzione. Spesso i romanzi di metafiction raccontano di un personaggio che sta scrivendo o leggendo un romanzo e che è sempre cosciente di essere parte di una finzione; a volte il protagonista è l’autore stesso. I personaggi agiscono in base a quello che ci si aspetterebbe da loro, anticipando sempre la reazione del lettore. La metafiction non segue quasi mai un ordine temporale preciso, per cui le opere possono essere lette in una sequenza diversa da quella in cui sono stampate. Frequente è l’uso di note che, oltre a spiegare la storia, la continuano e la arricchiscono. Uno degli esempi più lampanti è il racconto di Coover The Babysitter (La babysitter, 1969), che prevede una serie di finali diversi alla storia che racconta. Tutta l’opera di Coover, dai romanzi ai racconti brevi, è riconducibile a questi canoni, fin dal suo primo lavoro, The Origin of the Brunists (L’origine dei Brunisti, 1966). L’opera che lo ha reso famoso è il romanzo breve Pricksongs and Descants (Contrappunti e controcanti,
1969). Tra le opere più recenti di Coover ricordiamo: Briar Rose (1996), John’s Wife (La moglie di John, 1996), Ghost Town (1998) e Stepmother (2004).

Don DeLillo

Don DeLillo (1936) è nato cresciuto nel Bronx. Fin da giovane è stato un amante della cultura di New York e i suoi romanzi rispecchiano le forze che hanno formato la psiche americana: il consumismo, la realtà stereotipata dei media, le paure legate alle minacce all’ambiente e all’uso delle armi. DeLillo ha anche subito l’influenza dell’educazione cattolica. Da essa deriva il senso di caducità delle cose e della vita che si riscontra in tutti i suoi scritti. Il suo primo romanzo, Americana (1971), fu accolto con grandissimo favore sia dalla critica sia dal pubblico. Il romanzo si conclude con la descrizione del percorso che compì l’auto del Presidente Kennedy a Dallas il giorno in cui fu assassinato, percorso che termina dinnanzi all’ospedale in cui il Presidente fu dichiarato ufficialmente deceduto.
In uno dei suoi romanzi più acclamati, Libra (1988), l’autore ripercorre lo stesso tragitto. Qui, la struttura narrativa è triplice: la “biografia” di Lee Harvey Oswald, l’attentatore
mitomane che è un fallito e un solitario, si incrocia con la descrizione dei preparativi dell’attentato da parte della CIA e con la storia di un agente CIA in pensione incaricato di scrivere un rapporto top-secret sull’assassinio del Presidente. La narrazione si concentra nei sei secondi in cui si compie la tragedia di J.F.K. Il racconto si sposta da una città all’altra e da un continente all’altro. Alla fine, il fatto che Kennedy sia stato ucciso sembra essere una coincidenza: i complotti erano troppi e troppo disorganizzati. Nel suo capolavoro, Underworld (1997), l’autore fornisce un’abbagliante quadro degli Stati Uniti della Guerra Fredda.

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