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Il settecento

Il melodramma e Metastasio

La lingua italiana era ancora molto diffusa in Europa grazie soprattutto al melodramma e ai libretti, che ne costituivano l'elemento narrativo. La scrittura, distinta in recitativi (l'azione e il dialogo vero e proprio) e arie (situazioni più liriche e musicali), esaltava il valore spettacolare e fantasioso del testo scenico. La reazione razionalistica, interessata ai valori morali e comunicativi della parola, criticava il melodramma tacciandolo di artificio e di grossolanità espressiva rispetto alle esigenze dello spettacolo e della musica. Ne chiedeva dunque una riforma, per quanto il melodramma continuasse a riscuotere un enorme successo. D'altra parte, né le varie condanne (fra le migliori, quelle del Gravina e del Muratori), né la satira del mondo della musica e dello spettacolo (per esempio, Il teatro alla moda, 1720, di Benedetto Marcello, 1686-1739), avrebbero potuto scalfire una delle forme espressive di maggiore respiro internazionale. Una riforma fu tentata da Apostolo Zeno (1669-1750), poeta ufficiale della corte imperiale di Vienna, e dal librettista Pietro Pariati (1665-1733). Ma solo Metastasio riuscì a esprimere una mediazione per cui la preminenza del libretto sulla musica non riduceva ma forse esaltava il fascino della musica e dello spettacolo. La limpidissima facilità dei suoi testi, la levigatezza di un'analisi psicologica che include sornionamente l'idea di vita come "inganno e finzione", sono prospettive liriche in cui la fragrante chiarezza dello spettacolo musicale settecentesco trova il suo migliore equilibrio.

Pietro Metastasio

Il romano Pietro Metastasio (1698-1782), pseudonimo grecizzante di Pietro Trapassi, è il massimo esponente della tradizione italiana arcade e classicheggiante. La sua prima raccolta di Poesie è del 1717 e comprende la tragedia Giustino, scritta a quattordici anni. Scrive poi alcuni testi teatrali destinati alla musica come l'Endimione (1720) e Gli Orti Esperidi (1721). Del 1724 è il suo primo melodramma, Didone abbandonata (1724), che ebbe un successo eccezionale. A Roma, mise in scena diversi melodrammi, tra cui Catone in Utica (1728), Semiramide riconosciuta (1729), Alessandro nell'Indie (1729), Artaserse (1730).

Nel 1730 venne chiamato a Vienna con il titolo di "poeta cesareo" e presso la corte asburgica rimase tutta la vita. Tra il 1730 e il 1740 scrisse le sue opere migliori: i melodrammi Demetrio (1731); Adriano in Siria (1732); Olimpiade e Demofoonte (1733); La clemenza di Tito (1734), musicata da Mozart; Achille in Sciro (1736); Ciro riconosciuto (1736); Attilio Regolo (1740); inoltre le feste teatrali L'asilo d'amore (1732) e Le cinesi (1735), l'azione sacra Betulia liberata (1734) e la canzonetta (musicata dallo stesso poeta) La libertà (1733). Dopo questo decennio d'intensa attività, la produzione andò rallentando, sia per la crisi attraversata dalla corte viennese dopo la guerra di successione austriaca, sia per un progressivo inaridirsi della sua vena poetica, testimoniato anche da una certa ripetitività che caratterizza i lavori successivi, come i melodrammi Antigone (1743), Ipermestra (1744), Il re pastore (1751), L'eroe cinese (1752), Nitteti (1756), Romolo e Ersilia (1765) e Ruggiero (1771) e la festa teatrale L'isola disabitata (1752), oltre alla famosa canzonetta La partenza (1746). Tutte le opere di Metastasio suscitarono l'interesse di numerosi compositori europei (si pensi che l'Artaserse ebbe più di cento versioni musicali). Dopo la metà del secolo il poeta, ormai vecchio, si chiuse progressivamente in se stesso, dedicandosi ai doveri della vita di corte e alla riflessione sulle ragioni del proprio lavoro, che si concretizzarono in due opere di notevole lucidità: La Poetica di Orazio tradotta e commentata (1745) e l'Estratto dell'Arte poetica di Aristotele e considerazioni sulla medesima (1773). L'edizione completa dei suoi drammi fu stampata nel 1780-82.

Le caratteristiche del melodramma di Metastasio

Metastasio rinnovò il melodramma, trasformandolo in una dimensione di pura fantasia, dove parole e musica vengono fusi armonicamente. Il tradizionale bagaglio mitologico (si pensi anche agli ottimi risultati di Metastasio nel genere delle "feste teatrali" e delle "azioni sacre") fu vivificato dalla sensibilità settecentesca, fatta di una continua oscillazione tra lucidità razionale e sollecitazioni del sentimento. Metastasio utilizza tutte le risorse della tradizione teatrale per dare valore a quelle motivazioni psicologiche che spesso prendono il posto dell'azione, talvolta macchinosa e artificiale. I suoi eroi si muovono in una dimensione volutamente irreale e trovano la loro massima espressione nelle "ariette" conclusive delle scene, in cui vengono tirate le fila dell'azione, mentre la sfera dei sentimenti viene esplorata in maniera da metterne in risalto le contraddizioni, senza tuttavia trasmettere allo spettatore la drammaticità del conflitto.

La librettistica del Settecento

Il melodramma resta vitale per tutto il secolo. Intorno agli anni '30, l'opera buffa napoletana apre a una comicità vivace, nutrita di una spensierata sperimentazione linguistica: l'intermezzo de La serva padrona (1733) di Giovan Battista Pergolesi (1710-1735), con libretto di Gennaro Antonio Federico, diviene a Parigi addirittura il motivo di una complicata discussione, la cosiddetta querelle des bouffons, 1752, in cui gli illuministi si schierano a favore dei "buffoni", ovvero del teatro musicale italiano. Una vera riforma avverrà solo a metà secolo. Metastasio, infatti, esaltando il librettista dava totale libertà al compositore. Occorreva un'integrazione più netta. Quando il musicista tedesco Christoph W. Gluck (1714-1787) e il librettista italiano Ranieri de' Calzabigi si mettono a lavorare in stretto accordo (così che la scrittura del libretto è direttamente legata alla composizione musicale, favorendo uno schema drammatico più ordinato e classico), la riforma è finalmente ottenuta: Orfeo ed Euridice (1762) e Alceste (1767) ne sono le grandi riprove. La maturazione avverrà però più tardi con il lavoro di Mozart e di Lorenzo Da Ponte.

Lorenzo da Ponte (1749-1838) ebbe una vita travagliata, morì a New York in fuga dai suoi creditori. Scrisse per Mozart i libretti di tre opere decisive nella storia della musica, Le nozze di Figaro (1786), Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni (1787) e Così fan tutte ossia la scuola degli amanti (1790). Questi libretti sono meccanismi perfetti di vitalità creatrice, capace però di distruggere spavaldamente tutti i valori culturali (e politici) che il melodramma aveva per decenni custoditi. Dappertutto si sente il brivido della catastrofe imminente: ma anche la bellezza di un vuoto nuovo, di un'armonia fra testo e musica mai sentiti, modernissimi, e ancora sorprendenti per noi, per un pubblico di due secoli dopo.

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