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L'età dei Flavi

Le opere ovvero epigrammi

L'opera completa di Marziale comprende il Liber spectaculorum (Gli spettacoli), 33 epigrammi composti nell'80 per l'inaugurazione dell'anfiteatro Flavio (il Colosseo) sotto l'imperatore Tito, che per questo concesse al poeta lo ius trium liberorum, cioè gli stessi diritti riservati ai padri di tre figli, e il titolo di tribuno militare con la dignità di cavaliere; gli Xenia (Doni agli ospiti), 124 epigrammi di un solo distico, destinati ad accompagnare doni alimentari che era uso inviare a parenti e amici durante le festività dei Saturnali; gli Apophoreta, 223 epigrammi allegati agli omaggi da portar via, che, estratti a sorte, venivano offerti ai partecipanti ai ricevimenti. Sia gli Xenia sia gli Apophoreta sono composti su commissione e risalgono agli anni 84 - 85; nell'opera completa sono indicati con il numero XIII e XIV. Dall'86 al 97 Marziale compone e pubblica la sua opera maggiore, 11 libri di Epigrammi propriamente detti, ai quali segue un dodicesimo, scritto in Spagna nell'ultimo periodo della sua vita. Gli epigrammi sono il frutto dell'osservazione della vita di tutti i giorni: "Qui non troverai né Centauri, né Gorgoni, né Arpie: le mie pagine sanno di uomo". In alcuni Marziale parla di sé, delle sue vicende personali, dei suoi ideali di vita tranquilla e della patria lontana; in altri espone la ragione delle sue scelte letterarie o deplora la decadenza del mecenatismo e delle lettere. Sono per lo più satirici e colpiscono i cacciatori di eredità, i parassiti e i corrotti, i medici ignoranti, i liberti arricchiti, le ricche e appassite zitelle, e così via. Vi sono anche epigrammi malinconici e delicati, come quelli funerari dedicati a personaggi virtuosi; se ne trovano altri descrittivi di luoghi, di paesaggi, di animali e di oggetti, rievocati con intenso calore e con immagini smaglianti: ora è la villa di Apollinare sulla spiaggia di Formia e della "quiete viva del mare", ora un monte candido per la neve, ora l'acqua gelida e limpida di un ruscello, ora la caccia al capriolo e i cavalli scalpitanti. 

 

  • Il carattere degli epigrammi

    L'epigramma era un componimento che aveva una lunga tradizione, ma è merito di Marziale avergli dato la struttura che è ancora quella di oggi: una sintetica poesia che, a una breve presentazione di vicende o di persone, fa seguire una battuta conclusiva ironica, irridente o satirica. Lo scrittore, con la scelta esclusiva del genere epigrammatico, si contrappone volutamente alla poesia dotta dell'epos e della tragedia, assumendo a tema la vita quotidiana, nella sua varietà sfaccettata e nella colorita e sovente grottesca caratterizzazione dei personaggi di ogni giorno. Il realismo di Marziale non esclude epigrammi scandalosi o termini osceni: "la mia vita è onesta, lascivi sono solo i versi" e, ancora, nel proemio del I libro: "Catone non entri nel mio teatro, o, se vi entra, assista allo spettacolo". Il suo realismo si risolve talvolta in un bozzettismo di maniera, con il ricorso a forme stereotipe di comicità caricaturale, come difetti fisici o manie varie. Marziale è anche prudente: mette in caricatura solo la folla anonima, mai un personaggio della Roma importante, mai vicende della vita politica; usa nomi propri perché sa che attraggono l'interesse dei lettori, ma sono fittizi. Il suo epigramma non è una satira perché è assente il giudizio morale: lo scopo di Marziale è divertire. Non vi è penetrazione psicologica e tutto si ferma alla superficie: fatti e personaggi non sono aspetti propri del mondo romano a lui contemporaneo, ma si adattano a tutti i tempi e a tutti i luoghi. In alcuni momenti Marziale si rivela poeta lirico, capace di ritrarre con un linguaggio proprio un'umanità osservata con incisiva partecipazione e finezza. Il linguaggio, semplice e colloquiale, cede spesso al gusto per il termine osceno e alla ricerca del particolare sorprendente, per lo più alla fine dell'epigramma, come è nella tradizione del genere. Nei metri prevalgono i distici elegiaci, alternati ai faleci e ai trimetri scazonti. L'amico Plinio il Giovane, dopo la sua morte, lo giudica in una lettera "ingegnoso, acuto e pungente, che scriveva per lo più con arguzia e acrimonia, ma anche con candida schiettezza".

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