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L'età di Nerva e Traiano

Panorama storico

Dopo l’uccisione di Domiziano ottenne il potere il senatore Marco Cocceio Nerva (96–98 d. C.), di 66 anni, esponente della nobilitas, il quale procedette subito ad una reazione contro l’indirizzo dell’imperatore precedente: egli diminuì infatti alcune imposte, concesse al  senato una giurisdizione speciale, ridusse entro limiti più ristretti la lex maiestatis, annullò gli atti di governo di Domiziano, diede congrui donativi alle truppe e al popolo. Il suo  tentativo di restaurare il potere senatorio era però destinato a fallire: ormai la nobilitas non era più il ceto dominante dell’impero, costituito ora dalla nuova borghesia e dalla classe militare. Dell’ostilità dell’elemento militare Nerva si rese ben conto. Dovette, infatti, scendere a patti con i Pretoriani, che pretesero prima la condanna degli uccisori di  Domiziano e poi che accettasse di adottare e di associare alla dignità imperiale un ufficiale di origine spagnola, Traiano, molto popolare tra le legioni occidentali. Per evitare motivi per un nuovo conflitto civile, con molto senza pratico Nerva accettò le condizioni imposte.
Alla morte di Nerva, che fu divinizzato (98), la successione di Traiano fu riconosciuta immediatamente. La prassi dell’adozione (adoptio), ovvero della scelta del migliore, con cui si escludeva la successione dinastica, iniziata con Traiano restò in vigore per circa un secolo. Marco Ulpio Traiano (98–117 d.C.), nativo di Italica (Siviglia), fu il primo principe non italico. Durante il suo ventennale principato egli curò sempre che i rapporti con la nobilitas si mantenessero buoni. Si mostrò così rispettoso del senato da saggiarne sempre gli umori prima di prendere qualsiasi decisione: a questo scopo si servì, come  intermediari, di alcuni senatori suoi amici, personaggi di grande prestigio, tra i quali Plinio il Giovane. Anche il senato, dal canto suo, non fece mai mancare al principe la sua  premura e la sua deferenza. Pur accogliendo molti provinciali nel senato e negli alti gradi dell’amministrazione, il principe, con abile mossa, volle mantenere la superiorità  dell’elemento italico su quello provinciale, come era nella tradizione romana e nei desideri del conservatorismo senatorio. In breve tempo si conquistò fama di liberalità. Anch’egli, particolarmente attento ai problemi sociali, diede un grande impulso all’istituzione  assistenziale degli alimenta, creata dal suo predecessore, che aveva il compito di allevare ed educare i giovani delle città italiane, col contributo dello Stato (in scuole controllate dal governo), per assicurare in futuro un sufficiente numero di funzionari e soldati italici. In realtà, però, i provvedimenti finanziari furono dal principe sempre rivolti a favore  dell’elemento militare, della classe popolare e del nuovo ceto medio, col risultato che la classe senatoria divenne sempre meno necessaria come gruppo dirigente. In effetti,  Traiano con il suo prudente conservatorismo di facciata, senza contrasti ed aperti dissidi, riuscì ad imporre senza alcun limite la propria volontà e a garantire quella concordia  interna che consentì al regime imperiale di ricompattarsi su nuove basi. Al di là della sua azione politica Traiano non dimenticò mai di essere soprattutto un generale e, pertanto, volle ampliare i possedimenti dell’Impero con la conquista della Dacia (l’attuale Romania), una regione ricca di miniere d’oro e di salgemma. A seguito di una spregiudicata e  aggressiva campagna militare, la Dacia, con la sconfitta del suo re Decebalo, fu ridotta a provincia. In tal modo il principe assicurò all’’impero lo sfruttamento di ricchezze ingenti e anche l’usufrutto immediato di un enorme bottino di guerra, quale non si era più visto dai tempi della vittoria sull’Egitto. Traiano mise rapidamente in circolazione tutto questo  denaro, spendendolo in una serie di grandi opere pubbliche (strade e acquedotti, bonifica di zone paludose) feste e donativi per il popolo e l’esercito. Successivamente, tra il 106 e il 117, strappò al regno dei Parti vari territori, ricchi e strategicamente importanti. I Parti erano rimasti tranquilli per circa cinquant’anni, perché preoccupati dalla pressione dei  Mongoli alle loro frontiere, ma ora, sotto la guida del re Pacoro, avevano ripreso una  politica espansionistica verso Occidente, esercitando una pericolosa pressione al confine dell’Eufrate. Le armi romane conquistarono in breve l’Armenia, la Mesopotamia e l’Assiria, che furono subito organizzate a province. Traiano morì nel 117, dopo aver rafforzato il prestigio dell’Impero e lasciando ai suoi successori un chiaro esempio di pragmatismo politico.

In questa età la letteratura, traendo i migliori benefici dalla temperie di concordia e di pace, trova nuovi e interessanti stimoli. Le Satire di Giovenale, l’ultima vera voce etica della spiritualità romana, denunciano degenerazioni e nefandezze dei ricchi e dei potenti, creando una lugubre galleria di personaggi. Plinio il Giovane, con il suo Epistolario, traccia con garbata eleganza il quadro della vita sociale e culturale  contemporanea: un documento molto attendibile del suo tempo, seppure vagliato  dall’aristocratico danaroso che si guarda intorno con occhi sereni e fiduciosi. Tacito, il più grande storico della Roma imperiale, indaga con lucido pessimismo le vicende oscure dei suoi protagonisti e compone un’opera di intensa tensione drammatica.

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