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Dall'età di Adriano alle soglie del Medioevo

Lattanzio

Lattanzio è l'ultimo dei grandi apologisti latini per l'acume intellettuale: viene definito dagli umanisti il "Cicerone cristiano" per l'eleganza dello stile e per la matrice classica del pensiero.

La vita

Lucio Celio Firmiano Lattanzio nacque in Africa, forse a Cirta, verso il 250, da genitori pagani. Compì accurati studi e fu allievo di Arnobio a Sicca; intorno al 290 fu chiamato da Diocleziano a insegnare retorica latina a Nicomedia in Bitinia, capitale della zona orientale e sede ufficiale dell'imperatore, ma la sua scuola fu poco frequentata per la forte tradizione greca della città. A Nicomedia si convertì al cristianesimo; riuscì a evitare le persecuzioni di Diocleziano e di Galliano, lasciando l'insegnamento e allontanandosi dal paese. Ritornò in Bitinia dopo l'editto di tolleranza emanato da Costantino a Milano nel 313. In vecchiaia, intorno al 317, fu chiamato in Gallia, a Treviri, da Costantino come precettore del figlio Crispo.

Le opere

La prima opera scritta dopo la conversione e largamente influenzata dalla filosofia classica è il De opificio Dei (Sull'opera creatrice di Dio), che risale al 303-305. In essa Lattanzio esalta la sapienza divina nella creazione della natura, in particolare dell'uomo e dell'anima. L'argomentazione è tratta da Aristotele, Cicerone e Varrone e si oppone al pessimismo del suo maestro Arnobio. Un ampio progetto di sistemazione della dottrina cristiana sta alla base della sua opera più importante, le Divinae institutiones (Le divine istituzioni) in 7 libri, composte tra il 304 e il 314, con aggiunte successive. I primi due libri difendono il monoteismo e criticano il politeismo pagano, ricercando nella filosofia antica l'origine di tale fede religiosa; il terzo è contro la filosofia, ritenuta incapace di procurare agli uomini la saggezza di cui hanno bisogno; il quarto verte sulla figura del Cristo, portatore di sapienza; i libri quinto e sesto affrontano i temi della giustizia e della teologia cristiana; l'ultimo è dedicato alla fine del mondo, al giudizio finale e al destino delle anime. Nel breve trattato De ira Dei (L'ira di Dio), scritto nel 314, Lattanzio confuta la concezione epicurea e stoica dell'indifferenza della divinità nei riguardi delle vicende umane ­ lo stesso Arnobio sosteneva l'impassibilità divina ­ e, asserendo che Dio non è apatico, postula la necessità della collera di Dio contro i malvagi come speculare alla sua benevolenza verso i giusti. Il tema della punizione ispira anche De mortibus persecutorum (La morte dei persecutori), non attribuito, in passato, allo scrittore cristiano per la violenza e la ferocia della sua requisizione. Lattanzio si compiace della morte crudele e miseranda, dipinta a tinte fosche, di alcuni imperatori malvagi (contrapposti agli imperatori "buoni", fra cui Costantino), che è messa in connessione con la loro politica di persecuzione contro il cristianesimo: "La loro morte deve essere di esempio in modo che si riconosca che Dio è uno solo e che è anche il giudice che condanna gli empi". Di 65 distici elegiaci è composto il poemetto De ave phoenice (La Fenice), di dubbia attribuzione, anche se idee e lingua sono affini a quelle di Lattanzio: il mitico uccello Fenice, che risorge dalle sue ceneri, è interpretato come simbolo di Cristo. Non sono conservate le opere scritte da Lattanzio prima della conversione, di cui sono giunti alcuni titoli: un Simposio, un Itinerario in esametri sul suo viaggio dall'Africa in Bitinia, e un Liber grammaticus. Erudito e filologo, Lattanzio ha lasciato molti frammenti di scrittori che altrimenti sarebbero andati perduti. Valido nella critica al paganesimo, non lo è altrettanto nel trattare la dottrina cristiana, in cui si riscontrano lacune e imprecisioni. È uno scrittore elegante, dal lessico scelto e dallo stile limpido e piano.

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