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L'età arcaica

Le iscrizioni

I rari documenti epigrafici pervenuti sono spesso poco chiari e di ardua interpretazione per le difficoltà linguistiche, ma testimoniano che nella Roma arcaica del 600 a.C. era già diffusa la scrittura per uso privato e pubblico, per lo meno nei ceti dominanti e nella classe sacerdotale; si tratta di una scrittura alfabetica di derivazione greca, proveniente dalle città della Magna Grecia.

Decisamente oscura, anche per il testo lacunoso, è l'iscrizione del cosiddetto Lapis Niger (pietra nera), risalente ai secc. VII-VI a.C., incisa su un cippo a forma di parallelepipedo trovato, alla fine del 1800, nel Foro romano sotto un lastricato di marmo nero, che la tradizione indicava come la tomba di Romolo. Esso reca le norme religiose per interdire l'accesso a un recinto sacro; compare anche un rex, una figura sacerdotale. Il testo è in caratteri greci e in scrittura bustrofedica ("come i buoi che arano"), per cui le righe si alternano da destra a sinistra e da sinistra a destra, con le lettere opportunamente orientate.

Dello stesso periodo e parimenti di difficile interpretazione è la lunga iscrizione sul cosiddetto Vaso di Dueno, un vasetto di terracotta usato forse per qualche rito sacrificale o come contenitore di cosmetici, trovato nell'avvallamento tra il Quirinale e il Viminale. La scrittura va da destra a sinistra e le parole non sono separate l'una dall'altra. Forse si allude alla destinazione votiva del vaso stesso, oppure a una fanciulla che invia all'innamorato un dono; si ricava solo un dato, e forse erroneo: che fu opera di un certo Dueno.

Facilmente decifrabile, anche perché di un periodo molto più recente, è la cosiddetta Cista Ficoroni (dal nome dello scopritore), un'iscrizione incisa su un cofanetto di bronzo di forma cilindrica trovato a Preneste (oggi Palestrina): Dindia Malconia mi diede alla figlia; Novio Plauzio mi fece a Roma. Vi sono forti dubbi sull'autenticità della breve scritta sulla Fibula Praenestina, primo documento pervenutoci in lingua latina, anch'essa rinvenuta in una tomba di Preneste: su una fibbia d'oro del 600 a.C. è inciso il nome dell'orafo o del donatore e quello del destinatario: Manio mi fece per Numerio. La scritta è in caratteri greci, da destra a sinistra senza intervallo tra le parole.

 

 

  • Le tombe degli Scipioni

    Di grande interesse documentario sono le iscrizioni sepolcrali incise sui sarcofaghi della potente famiglia degli Scipioni, fuori Porta Capena, sulla via Appia. Rappresentano la prima testimonianza diretta del verso saturnio e rivelano una buona conoscenza delle epigrafi funerarie greche. L'epitaffio in onore di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 a.C., è un rifacimento dell'originale posteriore al 200, come dimostra la lingua, mentre senz'altro più remoto è quello per il figlio omonimo: Moltissimi Romani sono concordi che questo unico / fu il migliore tra gli uomini onesti / Lucio Scipione. Figlio di Barbato. / Costui fu console, censore, edile presso di voi. / Egli conquistò la Corsica e la città di Aleria, / consacrò come dovuto un tempio alle Tempeste.

     

Riepilogando

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