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Dall'antichità al rinascimento

Vie d'Oriente e d'Occidente: differenziazioni liturgiche regionali

Nella Chiesa d'Oriente il canto greco-bizantino fu inizialmente soltanto una cantillazione di testi liturgici tratti dalla Bibbia e dai Padri della Chiesa. Il greco-bizantino risultò il più influente fra diversi altri canti sviluppatisi nelle regioni orientali, perché, nato a Costantinopoli (sede dell'impero romano d'Oriente), finì con l'intrecciare numerosi e diversificati rapporti con l'Occidente.

A Occidente, nel canto liturgico ambrosiano, il canto è vocalizzato secondo la maniera orientale, con melodie molto diluite o, per contrasto, con altre asciutte e molto incisive, dando in complesso il senso dell'arcaico e del solenne. A essi si aggiunsero molti inni, che ebbero come autore Sant'Ambrogio e che furono eseguiti su melodie popolari preesistenti.

Il canto gregoriano fa parte dell'ampia riforma liturgica operata da papa Gregorio I (Magno) fra VI e VII secolo e include un buon numero di canti ambrosiani, anche se non si può affermare che il canto gregoriano derivi da quello ambrosiano. Più probabile è la loro derivazione comune da una medesima fonte.

Il mozarabico era il canto della liturgia di epoca visigotica in Spagna (e viene quindi detto anche, impropriamente, canto visigotico), esteso poi a tutta la penisola dal concilio di Toledo (633). Fu poi sostituito quasi completamente da quello gregoriano e oggi è usato solo in una cappella del duomo di Toledo.

Il gallicano ebbe probabilmente influenze orientali attraverso Sant'Ireneo, vescovo di Lione (II secolo) ma di origine orientale: sicuro è il suo legame con quello ambrosiano. Con Pipino e Carlo Magno vi si aggiunse l'influenza del gregoriano.

Il canto greco-bizantino

L'antico canto bizantino, in stretti rapporti con la tradizione ebraica e con quella delle più antiche Chiese cristiane orientali, specialmente di Antiochia, fu un canto di inni, differentemente da quello occidentale che invece preferì il canto di salmi. Tali inni costituirono il peculiare contributo fornito dalla cristianità d'Oriente alla musica e alla poesia. Il più celebre di essi è sicuramente l'inno Akathistos (cioè: "da cantare non seduto, in piedi"), dovuto probabilmente al patriarca Sergio, vissuto durante il regno di Eraclio (610-41), inno che intende esprimere gratitudine alla Vergine per la difesa di Costantinopoli dall'attacco dei persiani di Cosroe II.

Analogamente a quello romano, il canto greco-bizantino fu un canto monodico e basato su 8 modi (detti échoi) di provenienza siriaca, collegati a idee cosmologiche giudaiche e ittite. Le basi per il successivo sviluppo della musica bizantina furono poste tra il IV e il IX secolo per opera dei melodi, musicisti e poeti, autori dei testi degli inni ed elaboratori della musica, che poggiava su formule tramandate dalla tradizione.

A parte il frammento del cosiddetto "papiro di Ossirinco 1786", attribuito alla seconda metà del III secolo, che accenna a un inno con notazione alfabetica greca, di questa fase non restano testimonianze: i più antichi manoscritti risalgono al X secolo e presentano una notazione approssimativa (protobizantina), che si definì più tardi (circa 1100-1450) in un sistema grafico (notazione mediobizantina) di cui è possibile l'interpretazione. Parallelamente, il canto bizantino si arricchì di melismi e abbellimenti, in un discorso melodico sempre più complesso (nel XIV secolo si distinse la figura di J. Kukuzele); non si spezzò il legame con la tradizione precedente, ma la rielaborazione si fece più ampia e libera.

La caduta di Bisanzio (1453) segnò anche per il canto bizantino l'inizio della decadenza, avviata dalla contaminazione con elementi turco-arabi.

Il canto paleoromano (o romano antico)

A Roma, durante il VI secolo, un intero repertorio tramandato da pochi codici tardivi (XI-XIII secolo) risulta strutturato nelle sue linee portanti: è il canto cosiddetto paleoromano. Le sue origini, e soprattutto l'eventuale derivazione da esso del gregoriano, sono state oggetto di lunghe indagini e di controverse discussioni. Attualmente, gli studiosi sono propensi a vedere nel paleoromano un repertorio locale, nel quale non si originò il gregoriano, e tuttavia diffuso in Italia centrale, oltre che in alcuni centri monastici dell'impero carolingio, dove precedette il definitivo avvento del gregoriano.

Si tratta di un canto tipicamente mediterraneo, ricco di ornamentazioni, di abbellimenti con più note per ogni sillaba e di piccoli intervalli, con una netta preferenza accordata ai movimenti per gradi congiunti, con una frequente sfasatura fra testo e musica e con altre particolarità che fanno pensare più a un repertorio di tradizione orale che non a un repertorio fissato rigidamente per iscritto nei minimi particolari.

Il canto ambrosiano (o milanese)

Introdotto da sant'Ambrogio (Treviri 333/340 - Milano 397), si affermò a partire dal VI secolo e, nonostante la sua limitata diffusione, è l'unico repertorio liturgico distinto da quello gregoriano che si sia interamente conservato nell'ambito della Chiesa cattolica e in uso ancora oggi.

Sant'Ambrogio contribuì alla creazione di questa liturgia con un primo nucleo di inni e di antifone (il resto del repertorio seguì nei secoli successivi, fino ai 30 000 inni e sequenze medievali). Con gli inni, poesie di 8 strofe di 4 tetrametri giambici ciascuna, che rispettano la struttura metrica quantitativa del verso classico e insieme presentano un andamento accentuativo che con tale struttura coincide (per esempio, Aetérne rérum cónditor), Ambrogio introdusse la metrica classica nelle composizioni liturgiche, fino ad allora a ritmo libero come nella salmodia ebraica, determinando così l'innesto ufficiale della nuova religione sul tronco della cultura greco-romana. Questo tipo di inno ebbe larga diffusione: dei numerosi testi attribuiti a Sant'Ambrogio almeno 4 sono sicuramente suoi, secondo l'attendibile testimonianza di Sant'Agostino (Aeterne rerum conditor, Deus creator omnium, Iam surgit hora tertia, Veni redemptor gentium).

In campo musicale, dove però è molto più problematica l'attribuzione ad Ambrogio delle musiche, tramandate da manoscritti non anteriori al X secolo, la principale innovazione del vescovo milanese fu l'antifona, ovvero l'alternanza del canto fra due cori (un'ala maschile e una formata dalle donne e dai bambini), che si sostituì al canto responsoriale, alternato fra il coro e un solista. Di struttura profondamente melodica (si ricorreva, come negli inni, a tutte le note della scala), semplificata dall'eliminazione dei vocalizzi fino ad allora di prammatica, l'antifona presentava doti di particolare freschezza ed era accompagnata da una scarna salmodia, che Ambrogio volle sempre di facile accessibilità.

Il canto ambrosiano recepì elementi da Oriente nel V-VII secolo e dall'Occidente franco nell'VIII secolo. L'influsso bizantino è documentato sia dai testi, traduzioni di originali bizantini, di alcune melodie in uso ancora oggi (perlopiù transitori e antifone), sia dallo sviluppo tonale di canti strutturati secondo schemi modali tipicamente orientali e dalla costruzione melodica per gradi continui. Questo influsso si spiega storicamente con il trasferimento della capitale da Milano a Ravenna, con la presenza di elementi clericali greco-bizantini e greco-siriaci ed ereticali ariani ecc. Il successivo influsso franco prese origine dal tentativo di Carlo Magno di convogliare il rito e il canto ambrosiano nella vasta unità liturgica che intendeva realizzare nell'impero. È inoltre da tener presente che, nell'VIII-IX secolo, significativi contributi giunsero effettivamente anche dalle confinanti chiese di rito romano. Il canto ambrosiano esercitò a sua volta la propria influenza sulla musica liturgica mozarabica (spagnola) e gallicana.

Canto mozarabico (o ispano) e canto gallicano

Il rito mozarabico designa la liturgia sviluppatasi all'incirca nel VI secolo nella Spagna dei Visigoti e praticato dai cristiani durante il dominio arabo, iniziato nel 711-12, sino all'anno 1000.

Preceduta dalle consuetudini orientali importate dai Visigoti e dagli influssi provenienti dalle vicine Gallie, la liturgia ispano-mozarabica iniziò ad affermare i propri formulari e le proprie melodie alla fine del VI secolo. Un importante atto formale sul cammino di questa affermazione va riconosciuto nel concilio di Toledo del 633, presieduto da Isidoro, vescovo di Siviglia. Il rito mozarabico si mantenne poi anche nelle regioni occupate dagli arabi, mentre cominciò a smarrirsi quando, nella seconda metà dell'XI secolo, si prese a sollecitare l'introduzione della liturgia romana in luogo di quella tradizionale. Cedendo a tale richiesta, iniziò il tramonto di un patrimonio liturgico popolare, allora molto radicato e diffuso.

Il canto mozarabico si contraddistingue stilisticamente per una tendenza alla drammatizzazione e per la presenza di inflessioni popolari. L'Antifonario di León, redatto nel X secolo su esemplare del VI-VII secolo, è da annoverare come una delle fonti più rilevanti del canto mozarabico, del cui corpus oggi sono accessibili non più di una ventina di brani. Fra i canti musicalmente più tipici e significativi, va ricordato il clamor, eseguito nella messa mozarabica come canto di meditazione in forma salmodica, successivo alla lettura dei libri dei profeti dell'Antico Testamento.

Originatosi inizialmente da quello romano, il rito gallicano presenta una pluralità di aspetti e sfumature dovuta alle varie popolazioni che lo accolsero, dal V al VII secolo, in un'area geografica avente come centro le Gallie, ma comprendente anche regioni limitrofe dell'attuale Germania, della Spagna e dell'Italia del nord. Il canto praticato nel rito gallicano si sviluppò indipendentemente dal canto romano e da quello ambrosiano. Generalmente più fastoso ed elaborato del canto romano, sopravvisse in pochi canti tramandati ormai nel quadro del canto gregoriano. Esso seguì le sorti del rito gallicano e scomparve dopo Pipino il Breve e Carlo Magno (VIII-IX secolo). Le testimonianze dirette che se ne possiedono, in documenti privi di notazione, sono assai limitate e tali da non consentire una valutazione completa.

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