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Dall'antichità al rinascimento

La musica in Italia

Il momento culminante e conclusivo della musica italiana nel Medioevo fu senza dubbio la fioritura dell'ars nova nel XIV secolo, con caratteri originali rispetto a quella contemporanea francese. Mancò in Italia un centro culturale predominante, una capitale come Parigi: i musicisti dell'ars nova operarono in diverse sedi in tutta la penisola, in particolare nelle regioni centro-settentrionali (fra i centri maggiori furono Bologna e Firenze). La polifonia del Trecento italiano ebbe carattere quasi esclusivamente profano e si espresse nei generi del madrigale, della caccia e della ballata. La scrittura polifonica non ebbe in Italia un carattere astrattamente speculativo e si improntò spesso a una singolare morbidezza melodica.

Tra i principali musicisti furono Iacopo da Bologna (XIV secolo), Gherardello da Firenze (morto nel 1362/64), Giovanni da Cascia (o da Firenze, XIV secolo) e Francesco Landino, o Landini, noto anche come Francesco Cieco o il Cieco degli organi, organista e compositore (Fiesole tra il 1325 e il 1335 - Firenze 1397). Il Landino fu poeta, suonatore di vari strumenti e improvvisatore, ma acquistò fama soprattutto come organista; si interessò di teoria musicale e di organaria e inventò uno strumento a corde (serena seranarum). Come compositore, rappresenta la più alta espressione dell'ars nova italiana. Tra la sua ricca produzione, comprendente 12 madrigali, una caccia, un virelai, s'impongono, per la personalissima sintesi tra il rigore della tecnica e l'abbandono lirico della melodia, 91 ballate a 2 voci e 47 a 3 voci. Il suo nome è legato a un tipo di cadenza (detta appunto di Landino) assai usata dai compositori del Trecento e del primo Quattrocento.

I principali teorici in questo periodo furono Marchetto da Padova (XIII-XIV secolo) e Prosdocimo de Beldemandis (1380-1420). Verso la fine del XIV secolo ebbe luogo un più intenso scambio tra ars nova italiana e francese, che portò a una maggiore complessità la notazione e gli artifici compositivi.

Nella sua ultima fase, l'ars nova italiana gareggiò con quella francese nella ricerca di complessità sempre più artificiose: l'avvicinamento delle due scuole in questa direzione condusse anche a una mescolanza delle diverse notazioni. La fusione di queste esperienze preparò l'avvento della scuola franco-fiamminga, che si affermò con una decisa reazione alle eccessive complicazioni grafico-ritmiche, mentre in Italia all'ars nova seguì un altro periodo di oscurità e povertà musicale.

Il madrigale, la caccia e la ballata

Nell'XI secolo il termine madrigale indicava un componimento poetico di carattere popolare e di contenuto prevalentemente agreste (di qui la sua supposta derivazione etimologica da mandria): con F. Petrarca questa forma, trasformata e affinata, passò anche nella poesia colta. In musica, il termine madrigale venne a designare un tipo di composizione vocale profana a più voci, che ha conosciuto il massimo splendore dapprima appunto nel XIV secolo e poi nel XVI e nella prima metà del XVII. Si calcola che nel periodo compreso fra il 1530 e il 1650 siano state date alle stampe circa 2000 raccolte di madrigali, qualcosa come 35-40 000 composizioni. Il madrigale del XIV secolo ­ che è insieme con la caccia e con la ballata una forma caratteristica dell'ars nova italiana ­ si distingue nettamente da quello fiorito nel corso del Rinascimento e del primo barocco. Di forma strofica, il madrigale trecentesco consiste di due sezioni musicali (una per le strofe e una per il ritornello); è a 2 o 3 parti, con spiccata preminenza di quella superiore (che si pensa affidata alla voce, mentre l'altra o le altre fungevano da sostegno strumentale), ed è svolto nello stile di un conductus fiorito, prevalentemente omoritmico, ma caratterizzato da ricche fioriture, che rivelano una raffinata sensibilità melodica (notevoli sono soprattutto gli esempi di F. Landini).

La caccia fu l'altra forma musicale tipica dell'ars nova italiana, in uso soprattutto nella prima metà del XIV secolo. Il nome non deriva dal soggetto del testo poetico, che descriveva lo svolgersi di una scena di caccia o di pesca, o comunque improntata a un deciso carattere naturalistico, ma da chace, termine usato dall'ars nova francese per indicare il trattamento delle due voci superiori, che si imitano e si inseguono. Musicalmente la caccia ha infatti la forma di un canone a due voci, sostenute da un tenore per lo più strumentale, che consente effetti di eco e di dialogo. La struttura metrica dei testi, talvolta affine a quella del madrigale, con una strofa di ritornello, è spesso svincolata da schemi strofici per meglio adeguarsi al carattere impressionistico-descrittivo del soggetto.

Il genere colto poetico-musicale della ballata, inizialmente detta "canzone a ballo", deriva come forma non dalla ballade francese, ma dal virelai, con cui ha in comune la posizione del refrain, posto al principio di ogni strofa e chiamato "ripresa". Nei testi musicali a noi pervenuti non rimane nulla dell'originario carattere di canzone a ballo. La maggior parte delle composizioni sono polifoniche, ma non mancano esempi monodici. Suo massimo interprete trecentesco fu ancora F. Landini.

 

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