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Il Jazz

Nero hard bop

Verso la metà degli anni Cinquanta il bop aveva ormai raggiunto la sua piena maturità. I suoi elementi melodici, armonici e ritmici, che all'inizio erano stati il frutto di una serie di sperimentazioni, avevano trovato delle regole definitive su cui modellarsi. Su questo sfondo, un gruppo di musicisti che faceva capo soprattutto al pianista Horace Silver e al batterista Art Blakey iniziò a elaborare un nuovo linguaggio, un idioma più robusto e schematico del bebop, su cui pure era basato, al quale fu attribuito l'appellativo di hard bop (bop duro), ma che altri definirono con un termine specificamente neroamericano: "funky". L'hard bop nacque e venne praticato, infatti, da complessi neri a New York e ne furono pionieri solisti bebop ritrovatisi dopo la crisi del movimento (M. Davis, A. Blakey e M. Roach) e giovani pieni di nuovo slancio (C. Brown, H. Silver, S. Rollins e J. Coltrane).

Il bop non era stato assimilato a fondo e interamente dalla comunità nera: appariva troppo ermetico ed eccessivamente intellettuale. Da qui la necessità di renderlo più semplice formalmente e di esaltare il suo valore prettamente musicale attraverso l'adozione di alcune forme folcloriche che lo facessero apparire meno sofisticato, anche se sempre formalmente evoluto. Il disegno armonico venne perciò ricondotto a progressioni elementari e venne riscoperto l'arcaico call and response, che, assieme al beat basato su sei ottavi, permise alla comunità nera di fare entusiasticamente propria questa nuova musica. Era presente anche l'evidente volontà di instaurare una vera e propria barriera dinanzi a un mondo retto da "valori" essenzialmente bianchi. Si trattava di mettere in rilievo i valori dell'etnia afroamericana, che in quegli anni stava vivendo in America un forte rilancio, sia sul piano ideologico, sia su quello squisitamente politico. Il jazz veniva in tal senso fondendosi alle lotte per i diritti civili, alla rivendicazione di parità con i bianchi, all'affermazione che black is beatiful ("nero è bello").

 

Max Roach

La famiglia di Maxwell, detto Max, Roach (1924-2007) si trasferì a New York quando lui aveva quattro anni, nel 1928. Dopo essersi avvicinato alla tromba attorno agli otto anni, Max si convertì alla batteria e nei primi anni Quaranta frequentò di giorno il conservatorio di Manhattan, per spostarsi la sera nei locali della 52a Strada e di Harlem, dove si stava affermando l'idioma che avrebbe rivoluzionato il vocabolario del jazz: il bebop. La profonda conoscenza della tradizione colta europea e la familiarità col pianoforte e con l'armonia gli consentirono un'ampiezza di orizzonti e una sapienza organizzativa e concettuale non proprio comuni fra i jazzisti. Al Monroe's e poi al Minton's incontrava e osservava attentamente Parker, Gillespie, Monk, Kenny Clarke, figure già carismatiche. Capofila dell'hard bop, ne diresse con Clifford Brown il quintetto più tipico e a lui, più ancora che a Brown, si devono la responsabilità concettuale del gruppo e la cura di vari arrangiamenti. Del 1958 è Conversation, il suo primo brano per sola batteria: non un semplice assolo, bensì una composizione perfettamente strutturata. È di qui che prese le mosse quella sapiente reinvenzione melodica della percussione di cui fu il protagonista.

Roach fondò successivamente un nuovo gruppo con B. Little, incidendo due opere-manifesto del jazz di protesta nero: We Insist! (1960) e Percussion Bitter Sweet (1961), a cui partecipa la cantante Abbey Lincoln, sua moglie, fervida assertrice dei diritti della donna. La prematura morte di Little pareva aver spezzato la carriera di Roach, che negli anni Sessanta si ritirò a insegnare all'università e incise un solo grande disco, Drums Unlimited. Dal 1970 Roach è riapparso alla testa del suo quartetto stabile, ma le sue cose migliori restano una serie di opere sperimentali, tra cui arditi duetti con musicisti free (A. Braxton, A. Shepp, C. Taylor, World Saxophone Quartet) e con un quartetto d'archi.

 

Art Blakey

Batterista dallo stile esplosivo, di forte impronta africana, Arthur, detto Art, Blakey (Pittsburgh 1919 - New York 1990) esordì ragazzino al pianoforte al termine delle sue giornate, durante le quale lavorava come operaio in una fonderia. Appresa la batteria, lo vollero con sé prima Errol Garner e poi Fletcher Henderson. Nel 1941, durante una tournée nel Sud, venne arrestato (senza altro motivo che il colore della pelle) ad Albany e picchiato duramente dalla polizia, tanto da riportare una frattura al cranio che costrinse i medici ad applicare una piastra metallica. La sua definitiva affermazione iniziò con il 1944, l'anno in cui venne chiamato nella band di Billy Eckstine. Per i magri guadagni e la crisi conseguente alla perdita della moglie Clarice, lasciò Eckstine per andare in Africa, alla riscoperta delle sue radici. Per qualche mese Blakey visse in Ghana e in Nigeria, in contatto strettissimo con percussionisti locali che gli rivelarono universi musicali sino ad allora inimmaginati e gli fecero sperimentare il senso profondo della fraternità. Dai percussionisti africani Art apprese anche i significati della poliritmia e alcune sonorità, che gli permisero di mettere a punto un proprio stile che seguiva le orme africane.

Tornato a New York, nel 1947 si unì a Thelonious Monk nei trii e quintetti che il pianista aveva organizzato per la storica serie di incisioni per la Blue Note. Nel 1952 Blakey si unì al pianista Horace Silver (1928), prima in trio poi in quintetto: era molto evidente quanto le fonti di ispirazione e i concetti innovatori dei due fossero simili. Silver amava privilegiare gli elementi blues e Art Blakey, dal canto suo, si trasformò in un vero e proprio propulsore ritmico per Horace Silver, con il suo drumming autoritario e diretto che guidava tutta la trama musicale.

Dal 1954 alla morte diresse i Jazz Messengers, una formazione hard bop da lui stesso fondata, di taglio austero ed energico, nelle cui fila, rinnovate di continuo, furono lanciati molti giovani solisti (C. Brown, J. Griffin, W. Shorter, C. Walton, K. Jarrett, W. e B. Marsalis, T. Blanchard, W. Roney).

 

Sonny Rollins

Theodor Walter, detto Sonny, Rollins (New York 1930) nacque in una famiglia di origini caraibiche. Esordì come sassofonista (1948) con i grandi del bebop: B. Powell, M. Davis, J.J. Johnson. Rivelò una sonorità di grande potenza e una travolgente sicurezza. Entrò poi nel quintetto di M. Roach e C. Brown, che con lui divenne il gruppo-simbolo dell'hard bop. Scomparso Brown (1956), rimase con Roach, incidendo diversi dischi e indicando al jazz la via di un solismo dagli ampi ed elaborati sviluppi. Capolavoro assoluto è la Freedom Suite (1958), in cui Rollins risolve molti problemi del rapporto scrittura-improvvisazione nel jazz e regala una musica in cui emergono tutti gli aspetti della sua personalità artistica: la sensualità dei brani lenti, il vigore boppistico, la capacità di utilizzare ritmi ternari, il gusto per le frasi beffarde e ironiche. La crescita di J. Coltrane e O. Coleman gli pose nuovi dubbi, inducendolo a un secondo ritiro (1959-61) per concedersi la possibilità di fermarsi e di osservare esattamente a che punto si trovasse, dove stesse andando e in che direzione si stessero muovendo gli altri musicisti. Rientrò con The Bridge (Il ponte, 1962), senza grandi cambiamenti sostanziali. Dopo la pubblicazione di East Broadway Run Down (1966) Rollins si ritirò ancora, dedicandosi allo studio di alcune filosofie orientali, ma anche a viaggi e lunghi soggiorni in India e Giappone. Tornato in scena (1970), adottò colori e ritmi rock, volendo a tutti i costi incorporare nella propria musica quella più attuale, senza rendersi conto di essere già un classico, non obbligato ad "aggiornarsi". La maggiore opera recente è Soloalbum (1986), registrazione di un concerto in solo tenuto nel giardino del Museum of Modern Art di New York, nella quale rivivono gli antichi splendori e la profonda, straordinaria vitalità interiore di questo eccezionale artista.

 

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