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Il Jazz

Count Basie

William, detto Count, Basie (Red Bank, New Jersey 1904 - Hollywood, California 1984) crebbe tra i pianisti stride di New York: da Waller e da James P. Johnson, da Willie "The Lion" Smith e dallo stesso Duke Ellington, Basie ereditò la passione per il pianoforte suonato secondo quello stile, stride appunto, che univa il ragtime con il blues. Dopo un'esperienza nella lontana Kansas City (Missouri) con una compagnia girovaga, entrò nell'orchestra di B. Moten, la migliore presente a New York (1929-1932). Scomparso Moten (1935), Basie riunì un'orchestra propria, che, scoperta e lanciata all'apice del periodo swing (1937), entrò di prepotenza tra le grandi. Compatta, capace di sprigionare un uragano ritmico, l'orchestra Basie suonava a memoria, scandendo brevi frasi palleggiate fra ottoni e sax e avvalendosi di eccelsi solisti (come Lester Young e Herschel Evans al sax). Basie, al piano, esibiva uno stile stride sfrondato, ridotto a guizzanti monosillabi. L'orchestra avrebbe fatto un altro passo in avanti con l'ingresso in organico di Billie Holiday nel marzo 1937, che vi rimase, però, poco meno di un anno. Ben al di là di questo ristretto lasso di tempo si protrasse, tuttavia, la sua collaborazione col più illustre solista della band di Basie, Lester Young. Il loro sodalizio oltrepassò il piano strettamente professionale. Lady Day e President, o Prez ­ come si chiamavano reciprocamente ­ sfoggiavano un magico feeling in musica, accomunati da una sensibilità spiccatissima e certo tormentata, che ne rende oggi quasi inscindibili le parabole tanto espressive quanto esistenziali.

I periodi classico e neoclassico

Billie Holiday, che aveva contribuito ad avvicinare il pubblico di New York all'orchestra di Count Basie, venne sostituita nel corso del 1938 da Helen Humes, nella quale l'orchestra trovò una persona meno conflittuale di Billie Holiday, ma anche un'interprete meno inventiva. Gli anni Quaranta rappresentarono per la compagine di Basie un lungo momento di continuo avvicendamento, con la perdita di alcune delle voci soliste che più marcatamente ne avevano segnato l'epoca dei primi successi. Se i nuovi arrivati non sempre valevano i predecessori (su tutti, Herschel Evans e Lester Young) sul piano squisitamente creativo, vi si facevano tuttavia preferire di gran lunga sotto il profilo dell'affidabilità professionale, meno succubi com'erano di individualità tormentate e imprevedibili. Fu così che Basie si trovò fra le mani un organico perfettamente oliato e molto funzionale, col quale sviluppò quella componente "energetica" per cui va giustamente noto. La popolarità della big band ne risultò accresciuta quasi "naturalmente". La seconda guerra mondiale chiamò alle armi molti musicisti e questa sottrazione costò cara alla band di Basie come a tutte le altre. Nel 1950-51 Basie sciolse l'orchestra e diresse fino al 1951 i cosiddetti Kansas City Groups, dall'organico instabile. Ma dal 1952 tornò in campo ricostituendo una nuova orchestra, ancora una volta molto compatta e i cui componenti di spicco vi rimasero per tutto il decennio.

Gli ultimi decenni: crisi e splendore

Basie ha ricordato: "Negli anni Sessanta improvvisamente ci ritrovammo a suonare in locali semideserti". E, in effetti, il clima dell'epoca non prometteva nulla di buono per le jazz band. Da una parte, l'insidia veniva dal di fuori, vale a dire dalla scalata del genere pop e rock, dall'altra veniva dal di dentro, e cioè dal free jazz.

Chi suonava un jazz di fattura tradizionale con una grande formazione disattendeva, in fondo, entrambi i nuovi dettati: necessitando di un pubblico numeroso per sopravvivere decorosamente, e comunque rifuggendo la pura e semplice platea d'élite, si vedeva clamorosamente soppiantato, su vasta scala, dalle correnti giovanilistiche emergenti; contemporaneamente, in campo jazzistico si trovava terribilmente spiazzato dagli eventi. Da una parte come dall'altra gli arrivavano le inevitabili accuse di passatismo. Basie fu addirittura costretto a sciogliere l'orchestra una seconda volta, anche se per poco tempo. Quando risorse dalle ceneri, per risollevarne le sorti l'anziano leader gettò un colpo di spugna su antiche riluttanze e si mise a proporre musiche da film, a esibirsi più frequentemente nei casino di Las Vegas o sulle lussuose navi da crociera attraverso i mari dei Caraibi. Dal punto di vista jazzistico, rivestono tuttavia un certo interesse gli incontri con altre cantanti (Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan), o con artisti anche molto lontani dal suo universo poetico: per esempio, con i due più rivoluzionari sassofonisti tenori del free jazz, Pharoah Sanders e Albert Ayler. Infaticabile, nonostante le brusche interruzioni dovute alla malattia, giunse a dirigere la sua band anche da una sedia a rotelle.

 

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