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L'età dell'opera

Giuseppe Verdi

La prima formazione di Giuseppe Verdi ebbe luogo a Roncole di Busseto (Parma), dov'era nato nel 1813 e a Busseto ­ grazie alla protezione del mercante A. Barezzi, che lo affidò all'organista e compositore F. Provesi ­ e proseguì a Milano con V. Lavigna. Nel 1836 divenne maestro di musica a Busseto e sposò Margherita Barezzi, morta quattro anni più tardi, figlia del suo protettore. Nel 1839, Verdi si trasferì a Milano, dove riuscì a far rappresentare alla Scala la sua prima opera, Oberto, conte di San Bonifacio, con un successo che gli valse la commissione dell'opera buffa Un giorno di regno (Milano, 1840). L'esito deludente lo indusse a un periodo di riflessione, che si concluse con la composizione del Nabucco e con il suo trionfale successo alla Scala nel 1842. Da allora, e nel giro di pochi anni, Verdi si affermò come la figura dominante del teatro lirico italiano. La sua produzione, che va dall'Oberto al Falstaff (1893), abbraccia più di 50 anni e in questo ampio arco cronologico, che vede profonde trasformazioni della storia e della cultura italiana, delinea un'evoluzione straordinariamente ricca e complessa, rivela una spiccata capacità di rinnovamento e una disponibilità ad accogliere diversi stimoli e a farli propri.

 

La prima fase creativa

Nella prima fase dell'opera verdiana si è soliti scorgere la voce delle istanze rivoluzionarie del risorgimento italiano; più precisamente, si ravvisa in lui una novità di accento in cui si è riconosciuta per la prima volta, nell'opera italiana, la voce del "quarto stato". Gli evidenti influssi donizettiani (e, nel caso del Nabucco in modo particolare, del Rossini delle grandi opere corali, come il Mosè) non impedirono l'emergere di una concezione drammatico-musicale che mirava a una violenta, immediata intensità, impiegata in funzione di un'incalzante tensione drammatica.

Dopo I lombardi alla prima crociata (Milano, 1843) ed Ernani (Venezia, 1844), la prima opera scritta con la collaborazione di F.M. Piave, in cui si definirono alcuni caratteri tipici dell'eroe popolare del primo Verdi (anticipando aspetti caratteristici del Trovatore), seguì una produzione intensa e febbrile, tesa al definitivo consolidamento del proprio successo, accettando ogni occasione, in condizioni artistiche non sempre favorevoli. Furono anni decisivi per la formazione della drammaturgia del Verdi maturo: il compositore definì un proprio discorso, elementare nell'individuazione dei personaggi, spesso schematico, non alieno da ingenuità (soprattutto nell'orchestrazione), tutto teso a una vocalità incisiva. I due Foscari (Roma, 1844), Giovanna d'Arco (Milano, 1845), Alzira (Napoli, 1845), Attila (Venezia, 1846), I masnadieri (Londra, 1847), Il corsaro (Trieste, 1848), La battaglia di Legnano (Roma, 1849) sono il frutto di tali anni.

Un discorso a sé richiede Macbeth (Firenze, 1847), opera assai più complessa, in cui la fantasia verdiana, stimolata dal testo shakespeariano, giunge a esiti di eccezionale rilievo già nella prima versione del lavoro, in seguito rivisto e in parte modificato per Parigi (1865).

 

Il decennio 1849-59

Dopo Luisa Miller (Napoli, 1849) e Stiffelio (Trieste, 1850), opere di grande interesse, soprattutto la seconda, ma in un certo senso di transizione, nacquero Rigoletto (Venezia, 1851), Il trovatore (Roma, 1853) e La traviata (Venezia, 1853), i tre capolavori che confermarono la tendenza già in atto nella drammaturgia verdiana. L'approfondimento psicologico delle figure dei protagonisti assume maggiore rilievo e originalità e il linguaggio musicale si rivela compiutamente capace di ricreare mobilissime e complesse situazioni drammatiche, anche articolando formalmente la scena secondo schemi, quando è opportuno, anticonvenzionali.

Gli anni immediatamente precedenti a questi tre celebri lavori segnarono una svolta nella biografia di Verdi: l'agiatezza conquistata con il successo gli consentì di acquistare la villa di Sant'Agata (nel 1848), dove si stabilì. Gli fu compagna Giuseppina Strepponi, che Verdi sposò poi nel 1859. Dopo La traviata, l'attività del compositore subì un rallentamento, a cui corrispose una ricerca sempre più ampia e meditata. Un arricchimento doveva rappresentare la prima esperienza francese di Verdi, il suo primo rapporto con il grand-opéra, quando per Parigi scrisse I vespri siciliani (1855). E, nel 1857, il Simon Boccanegra, sul quale poi Verdi ritornò nel 1881, con la collaborazione di A. Boito per la revisione del libretto, rappresenta un esito che, pur non privo di contraddizioni, va già considerato fra i più ricchi e significativi nell'ambito dell'ultima evoluzione verdiana. Essa si svolse nel mutato clima storico dell'Italia postrisorgimentale, accogliendo stimoli e arricchimenti anche da quegli artisti delle nuove generazioni che contro Verdi avevano polemizzato e le cui istanze di rinnovamento furono portate a compimento proprio dal compositore bussetano. Nel suo mondo, le sottigliezze chiaroscurali assunsero un peso crescente e la sua complessa drammaturgia non ammise più la concentrazione pressoché esclusiva su uno o pochi personaggi. La finezza e la precisione con cui è ritratto l'ambiente di corte in Un ballo in maschera (Roma, 1859) sono essenziali per la concezione di quest'opera, nuovo indiscusso capolavoro fatto di sapienti equilibri, intuizioni drammatiche, ma anche di sottili eleganze.

 

L'ultimo trentennio

Dopo la discontinua Forza del destino (Pietroburgo, 1862), il Don Carlos (Parigi, 1867) segna un'altra tappa decisiva: Verdi vi si rivela capace di dominare e reinterpretare compiutamente, in una nuova luce, le convenzioni del grand-opéra, creando un dramma incentrato sulla psicologia dei protagonisti. In diverso clima, anche in Aida (Il Cairo, 1871) si nota la capacità di scavare nell'intimo di alcuni personaggi, riducendo a sfondo la spettacolare ambientazione, dall'intreccio con la quale quello scavo riceve maggior risalto.

Nel 1874, per la morte di A. Manzoni, con l'isolata esperienza della Messa da Requiem (di poco preceduta da quella pure singolare del Quartetto in mi minore, 1873), Verdi si confrontò spregiudicatamente con il testo liturgico, reinterpretandolo alla luce della propria tragica visione. Poi si chiuse in un lungo silenzio.

La collaborazione con Boito, avviata con il rifacimento del Simon Boccanegra, fu determinante nella genesi delle due ultime opere, Otello (Milano, 1887) e Falstaff (Milano, 1893), entrambe ispirate a W. Shakespeare e concepite in parte al di fuori degli schemi dei pezzi chiusi, della distinzione fra aria e recitativo, schemi già prima più volte messi in discussione. Questo è un aspetto della novità del linguaggio dell'ultimo Verdi, nel quale si avverte una lucida attenzione anche a fatti fino ad allora estranei alle tradizioni melodrammatiche italiane, ma che già avevano attirato gli operisti della nuova generazione (R. Wagner). La distaccata comicità di Falstaff, con i suoi risvolti sorridenti e amari, con le sue ambiguità e le disincantate ironie, segnò l'addio al teatro dell'anziano compositore, che negli ultimi anni compose soltanto i Quattro pezzi sacri (1886-97). La sua morte, avvenuta a Milano il 27 gennaio 1901, fu vissuta come un lutto nazionale.

 

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