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L'età dell'opera

Rossini: il superamento ironico e vitalistico del Settecento

Figlio di un suonatore di corno, Giuseppe Antonio, e della cantante Anna Guidarini, Gioachino Rossini (Pesaro 1792 - Passy, Parigi 1868) dal 1802 ricevette a Lugo l'insegnamento di G. Malerbi, studiando le opere di F.J. Haydn e W.A. Mozart.

Il periodo "italiano"

Nel 1804 Rossini compose le Sei sonate a quattro. Nel 1806 scrisse la prima opera (Demetrio e Polibio, rappresentata nel 1812) ed entrò nel liceo musicale di Bologna, completandovi gli studi (anche di canto) con padre S. Mattei, importante didatta che sarà insegnante anche di G. Donizetti. Nel 1810 l'opera La cambiale di matrimonio, data al San Moisè di Venezia, fu il primo di una serie di successi che lo imposero sulle scene italiane fino al 1823. Le opere comiche L'equivoco stravagante (1811), La scala di seta (1812), La pietra del paragone (1812) e Il signor Bruschino (1813) sono fra le partiture più rappresentative della prima produzione rossiniana, in cui l'eredità della tradizione della scuola napoletana, e in particolare di G. Paisiello, si sposa felicemente con l'esperienza formale dei classici viennesi.

Il 1813 segnò per Rossini il momento dell'acquisizione della maturità artistica. Nacquero, infatti, due capolavori: Tancredi e L'italiana in Algeri, ai quali seguì quel grande crescendo qualitativo che va dal Turco in Italia (1814) al Barbiere di Siviglia (1816) alla Gazza ladra e a Cenerentola (1817), con la quale Rossini si congedò in pratica dal teatro comico. Queste opere costituiscono la conclusione e insieme il momento più alto della storia dell'opera buffa italiana: i temi vengono approfonditi e sciolti dai limiti della satira di costume propria degli autori precedenti, in un'analisi sferzante dell'uomo e della sua dimensione storica.

Negli stessi anni, la produzione seria, dopo Tancredi, si arricchì con Elisabetta regina d'Inghilterra (1815), Otello (1816), Armida (1817), Mosè in Egitto (1818), Ricciardo e Zoraide (1818), Ermione (1819), La donna del lago (1819), Maometto II (1820) e Zelmira (1822), opere in cui è sostanzialmente mantenuta la fedeltà agli schemi settecenteschi, pur nella dilatazione delle forme e nelle controllate aperture romantiche. Con Semiramide (1823), dove la perfezione formale giunge al massimo grado, Rossini concluse il periodo cosiddetto "italiano" (non privo di burrascose prime, come quella del Barbiere di Siviglia), che lo aveva visto lungamente impegnato con l'impresario D. Barbaja a Napoli e durante il quale aveva sposato (1822) il celebre soprano Isabella Colbran.

Gli anni parigini

Dopo una breve permanenza a Vienna (1822) e a Londra (1823-24), Rossini si stabilì a Parigi, dove rimase fino alla morte. Accogliendo prudentemente certi postulati romantici, in un ulteriore approfondimento drammatico e in grandi aperture verso le forme teatrali francesi (ma pur sempre radicato nella tradizione di stampo italiano), Rossini diede alle scene parigine una serie di opere a volte originali, a volte tratte da precedenti lavori italiani ampiamente rimaneggiati e, da ultimo, il Guglielmo Tell (1829), grand-opéra in 4 atti, sorta di sintesi estrema del mondo fantastico rossiniano.

Dopo il Guglielmo Tell, pur acclamato e ancora giovane, Rossini prese la decisione di abbandonare il teatro, cosciente di non poter accettare integralmente i nuovi orientamenti estetici. Rotti i rapporti con la Colbran, alla morte di lei (1845) sposò Olimpie Pélissier, a cui era legato dal 1832. Frattanto, superata una malattia nervosa, aveva già iniziato quell'attività creativa semiclandestina che rivelerà alla fine straordinari valori, come risulta dai 14 fascicoli dei Péchés de vieillesse, pezzi vari da camera in cui convivono reminiscenze del passato, ironici adeguamenti al presente, inquietanti aperture verso il futuro. Da queste esperienze "private", ma sostanzialmente legate ai più vivi fermenti contemporanei, nasceranno gli ultimi due grandi lavori: lo Stabat Mater (1841) e la Petite messe solennelle (composta nel 1863, ma orchestrata nel 1867), vero capolavoro che, scavalcando il romanticismo, anticipa alcune soluzioni estetiche e formali proprie del Novecento.

La posizione storica e artistica

Rossini rappresenta, al di là delle deformazioni, soprattutto in sede esecutiva, che ne sono state fatte nel XIX secolo, l'ultimo vertice e la sintesi delle esperienze operistiche settecentesche e il loro superamento in una direzione tanto più originale, quanto più laterale e indipendente rispetto al filone principale del romanticismo europeo. È indubbio che l'ambito nel quale l'esperienza rossiniana più profondamente incise sul piano del gusto fu quello del teatro comico, che si presenta anzitutto come modulazione ironica della struttura operistica buffa settecentesca, che viene privata di ogni intento realistico per essere proposta in una dimensione volutamente convenzionale e paradossale. L'elemento oggettivante e straniante, rispetto all'azione e al libretto, è rappresentato dalla musica, che conferisce all'opera comica rossiniana il caratteristico ritmo incalzante (tale da travolgere i personaggi e far esplodere come fuochi d'artificio le situazioni sceniche) e insieme esatto e geometrico, nonché la tonalità secca e agra, al limite del cinismo e della crudeltà: non a caso, gli sviluppi estremi del teatro comico di Rossini (Le comte Ory) sembrano stabilire un naturale punto di aggancio con l'operetta francese.

In un contesto neoclassico si collocano le opere serie di Rossini, che costituiscono un'esperienza di straordinario rinnovamento del teatro drammatico e che trovano nel Guglielmo Tell la realizzazione più alta, ma anche più isolata e atipica. In quest'opera si ha la fusione irripetibile del clima grandioso ed estroverso del grand-opéra, ricco di umori romantici, della purezza tutta italiana del segno vocale e del dionisiaco vitalismo ritmico delle precedenti esperienze buffe.

Riepilogando

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