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Pedagogia

L'educazione secondo i sofisti e Socrate

Atene fu anche la città che diede origine ai sofisti, che potremmo definire come i primi insegnanti professionisti.

Dopo la riforma di Solone, come si è visto, l'ideale aristocratico della kalokagathía (l'ideale del bello e del buono), viene messo in crisi da una progressiva apertura sociale ed educativa nei confronti della borghesia media, che si stava progressivamente arricchendo.

Diventa quindi necessario per i giovani aristocratici non soltanto curare la prestanza fisica, ma anche l'abilità dialettica, necessaria per la difesa di quei privilegi che fino ad allora erano invece dati per scontati. Da parte loro i “nuovi ricchi”, non potendo vantare doti spirituali date dalla famiglia di provenienza o da tradizione culturale, cercavano di compensare con l'educazione che potevano “acquistare” a quanto non era loro concesso per diritto di sangue.

Alla posizione aristocratica che proclama l'ereditarietà dei valori umani, che non potevano essere appresi con l'apporto di metodologie didattiche, (si contrappone così la possibilità di acquisire quegli stessi valori facendo uso di strumenti intellettuali e comportamentali), sostenuta dalla nuova visione pedagogica, e che trova la sua prima espressione proprio nei sofisti.

I sofisti e l'educazione democratica

I sofisti sono stati da molti definiti educatori democratici, per distinguerli dai precettori che fornivano i loro servizi solamente ai giovani rappresentanti della “vecchia” nobiltà e dell'alta borghesia. In realtà i sofisti non prestavano la loro opera didattica in maniera indiscriminata dedicandosi ai nuovi ricchi: ma con questa scelta volevano dimostrare che i valori e le conoscenze anche più elevate possono essere insegnate e non solamente ricevute per via ereditaria, e questa loro posizione, che causò loro critiche e disprezzo, può essere certamente vista come una forte apertura in senso democratico, nello stesso senso in cui viene considerata democratica la riforma soloniana.

I sofisti tendevano a non risiedere stabilmente presso una famiglia o una città, ma a viaggiare da un posto all'altro, confidando per lo più in una cerchia di clienti abbastanza stabile, ma senza mai legarsi ad alcuno in particolare e finendo per costituire una classe a sé, introducendo l'insegnamento come professione retribuita e conferendole un suo status peculiare.

Il sofista però univa alla figura dell'insegnante anche quella dell'avvocato. In un'epoca in cui era considerato abituale che un imputato si difendesse da sé: i sofisti, sulla base della constatazione che in realtà non tutti i cittadini sono uguali, che non tutti sono in grado di esporre altrettanto bene e con sufficiente efficacia le proprie ragioni, insegnarono che la legge come verità assoluta non esiste ed è quindi possibile (con l'aiuto di un buon insegnante) imparare a parlare in modo tale da convincere gli altri delle proprie ragioni. Questi loro insegnamenti, di cui beneficiava ovviamente la fascia benestante della popolazione, convinsero le persone ad affidarsi sempre più ad avvocati che oltre a essere specialisti di diritto fossero anche abili nell'uso delle tecniche oratorie e retoriche.

L'ideale pedagogico dei sofisti postulava che l'educazione non è un processo naturale, ma deve essere guidata da persone esperte e attuata in un ambiente adatto che favorisca la crescita e lo sviluppo armonico del giovane studente. Essi si riconoscevano più come propugnatori di tecniche (intese come insieme di conoscenze teoriche specifiche arricchite da capacità tecnico-pratiche) che dispensatori di teorie (viste al contrario come pure speculazioni e meditazioni filosofiche). L'importanza data dai sofisti all'ambiente nella formazione dello studente li portò a concepire l'educazione stessa come tecnica por formare l'uomo nel suo essere sociale, l'uomo pubblico; essi privilegiarono quindi l'insegnamento di abilità utili ai giovani per avere un buon successo nella vita pubblica e nelle attività a essa collegate.

Più precisamente la tecnica cui facevano riferimento i sofisti può essere suddivisa in tre atti di cui essi possono essere riconosciuti come i fondatori. La grammatica (la conoscenza della lingua in tutte le sue applicazioni, da quelle nobili a quelle più popolari), la retorica (l'arte di saper parlare tanto da convincere gli altri delle proprie ragioni) e la dialettica (l'arte di confrontare due tesi tra loro opposte, facendole apparire vere o false a seconda del punto di vista scelto di volta in volta). Queste tre discipline, opportunamente adattate, saranno utilizzate come base e modello per l'organizzazione degli studi umanistici, e quindi utilizzate fino al secolo scorso, per esempio, nei collegi ecclesiastici.

Socrate

Di Socrate (470/469-399 a.C.) abbiamo notizie indirette ricavabili principalmente dall'opera di Platone (che fu un suo studente e si propose di presentare vita e opere del maestro nelle sue prime opere) e di Aristotele. Da queste fonti si ricava facilmente l'idea che per quanto Socrate sia sempre stato tradizionalmente associato alla corrente dei sofisti, in realtà la sua posizione ideologica ed educativa si differenzia alquanto da quella dei professori itineranti di cui abbiamo discusso nel paragrafo precedente. In primo luogo Socrate non richiedeva alcun compenso economico per i suoi insegnamenti, mentre i sofisti – come abbiamo visto – introdussero per primi la figura dell'insegnante professionista (e quindi stipendiato dai suoi datori di lavoro). In secondo luogo mentre i sofisti scrivevano testi da utilizzare come appoggio alle loro lezioni, Socrate non scrisse mai nulla che documentasse i suoi insegnamenti – tanto che fu Platone a riportarci esempi del suo modo di insegnare – anche perché, e in questo è possibile riscontrare la terza differenza, Socrate non si propose mai come insegnante nel senso tradizionale del termine. Egli si definiva piuttosto un “interlocutore scomodo” e la sua didattica consisteva nel dialogo e nel confronto anche polemico con gli ascoltatori, con i quali si intratteneva discorrendo per ore.

Interessante sottolineare come lo stesso Socrate riconoscesse nella sua formazione l'importanza della figura di due donne: sotto una luce negativa viene presentata l'influenza della moglie Santippe che pare abbia spinto il marito con il suo carattere acceso e petulante a passare le giornate il più possibile lontano da casa, – cosa che però facilitò il suo impegno come formatore itinerante per le strade della polis. Sotto una luce decisamente più positiva viene invece presentata la madre levatrice, osservando la quale Socrate disse di aver intuito l'importanza del metodo maieutico (in greco la maieutica è precisamente l'arte ostetrica) che nella dottrina socratica viene a significare l'arte di estrarre le idee dalla mente degli uomini attraverso il dialogo e il confronto.

Come tutti i sofisti Socrate concentrò la sua attenzione sull'uomo, ma a differenza di questi la sua attenzione fu sempre più concentrata sulla vita interiore dei suoi discepoli: egli mirava dunque a sviluppare le capacità interiori di chi seguiva i suoi insegnamenti e non tanto le abilità pubbliche.

Questa sua posizione pedagogica, al contrario di quanto potrebbe sembrare in prima istanza, ebbe una forte ripercussione politica che finì per portare Socrate alla condanna a morte per “corruzione di gioventù”. Difatti egli era percepito come uno scomodo termine di paragone per gli esponenti dell'aristocrazia: Socrate disprezzava il denaro insieme a oggi eccesso, inoltre distraeva i giovani coinvolgendoli in discussioni atte a stimolare una critica non sempre costruttiva agli occhi della classe dominante. La posizione pedagogica di Socrate fu anche interpretata come tentativo di andare contro il regime democratico ateniese, in quanto egli attraverso il suo argomentare concreto e quasi “tecnico”, caratterizzato dall'impiego di un linguaggio semplice e comune che lo avvicinava facilmente agli artigiani, in realtà argomentava contro i pretesi diritti politici dati dalla nuova mobilità sociale: per Socrate la politica doveva appartenere a chi possedeva la virtù politica (così come faceva le scarpe chi era esperto nell'arte della loro fabbricazione, e produceva olio chi poteva dire di sapere tutto o quasi sulla coltivazione dell'olivo e sulla spremitura delle olive). Questo concetto poteva essere facilmente accostato (anche se a onor del vero Socrate non si era mai espresso, a quanto pare, chiaramente in questo senso) a posizioni aristocratiche e antidemocratiche che vedevano l'arte di governare come qualcosa che non era possibile apprendere ma che si trasmetteva di generazione in generazione, posizione nettamente avversa, ovviamente, alle fazioni più democratiche che salirono al potere dopo il periodo di governo dei Trenta tiranni e che mandarono Socrate a morte, ritenendolo complice dell'aristocrazia corrotta.

Risvolti politici a parte, le discussioni di Socrate erano volte a portare l'uomo al riconoscimento che la vera conoscenza sta nella consapevolezza di non sapere. Questa sua posizione giustifica anche la sua metodologia didattica che non forniva mai concetti, idee, teorie, ma piuttosto tendeva a instillare dubbi, perplessità, discussioni. Una delle tecniche utilizzate più frequentemente da Socrate per perseguire lo scopo di sconcertare l'interlocutore e portarlo a riconsiderare le sue posizioni era l'ironia. Termine non utilizzato nel suo significato corrente: indicava infatti una tecnica retorica utilizzata per arrivare a porre in crisi un avversario dialogico utilizzando contro di lui gli stessi argomenti che egli pensava di impiegare come difesa delle sue posizioni. La tecnica dell'ironia lascia infatti all'interlocutore la facoltà di impostare il discorso seguendo il suo proprio punto di vista e le sue motivazioni, affiancarsi all'interlocutore nella gestione del discorso, come aiutandolo e confermando le sue posizioni, per poi arrivare a trarre con lui conclusioni che dimostreranno non tanto la fondatezza delle ipotesi proposte bensì l'infondatezza degli stessi punti di partenza.

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