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Pedagogia

La pedagogia marxista

La rivoluzione russa fu prevalentemente politica e sociale, linee guida educative socialiste furono stese da pedagogisti e educatori solo successivamente al consolidarsi del regime comunista, a partire dagli spunti ricavabili dalle diverse correnti pedagogiche europee.

La pedagogia e la scuola in Unione Sovietica

Le più apprezzate furono l'educazione libera di Rousseau (vedi paragrafo 10.2) e la pedagogia scientifica, basata sulle innovazioni portate da Binet (vedi paragrafo 3.6) e dai suoi test per la misurazione dell'intelligenza infantile. Le posizioni di Rousseau erano gradite dai teorici socialisti in quanto essendo basate sulla spontaneità e sulla creatività individuale, fornivano lo spunto per una linea educativa coerente con la nuova società appena fondata ed era anche una posizione che si proponeva di per se stessa come alternativa rispetto a quella ufficiale e diffusa nei paesi non comunisti. La pedagogia scientifica è invece apprezzata in quanto letta come una modalità per sostituire le idee formative collegate alla religione e più in generale all'etica con dati ricavati dal reale e oggettivamente misurabili. Non bisogna inoltre dimenticare che i marxisti hanno sempre attribuito gran peso alla scientificità quale strada per liberarsi delle sovrastrutture ideologiche proprie della società borghese.

Dati i due presupposti teorici appena ricordati, la pedagogia socialista si configura come volta a educare non semplicemente persone ma combattenti che si impegnino a essere costruttori attivi dei nuovi valori promossi dal regime politico marxista. Contemporaneamente c'è una forte spinta verso una ricostruzione dell'educazione, rendendola quanto più possibile tecnica e scientifica.

Le teorizzazioni sopra esposte trovarono pronta applicazione nella riforma scolastica del 1918, poi corretta e perfezionata da una seconda nel 1923.

La riforma del 1918, anche sulla base delle indicazioni di Lenin per “una scuola unica, laica e del lavoro”, vede la nascita della trudovaja skola (la scuola del lavoro) divisa in una scuola di base comprendente cinque gruppi (che corrisponderebbero a 5 “classi”, ma il termine viene volutamente evitato), e in una scuola secondaria di quattro gruppi. Non esiste un coordinamento centrale, ma a ogni scuola è affidata la propria gestione. Più nel dettaglio la scuola quinquennale è retta da un collegio degli insegnanti, mentre quella quadriennale prevede anche dei rappresentanti degli studenti nel Soviet (consiglio). La riforma si basa su una visione della nuova scuola sovietica come scuola umanistica, il cui fine educativo è perseguito tramite l'autoformazione della personalità. Inoltre è sempre presente un forte legame tra mondo della scuola e mondo del lavoro.

Con la riforma del 1923 le finalità della scuola vengono ridefinite nei termini di una formazione che educhi comunisti-lavoratori. La metodologia didattica che ne segue non si accontenta più dell'autoformazione, che non pare garantire la formazione di autentici comunisti, ma lascia ampio spazio agli ideali legati alla visione marxista del mondo. Si introduce dunque un metodo – fortemente ispirato alla pedagogia scientifica – dove grande spazio è lasciato all'esplorazione dell'alunno che deve arrivare a coordinare quanto appreso dalla società, dal rapporto con la realtà, attraverso il lavoro.

La concezione educativa di Makarenko

Anton Semënovič Makarenko (1888-1939) parte proprio dall'ideologia pedagogica sopra esposta (la formazione del comunista e del lavoratore) per la strutturazione della sua linea di pensiero.

Essenzialmente lui concepisce la pedagogia non come processo individuale, o volto alla formazione individuale, ma come processo sociale. Destinatario della sua educazione non è lo studente ma il collettivo, visto come impegnato in un lavoro produttivo e fortemente ideologizzato in direzione della solidarietà sociale nei confronti della società stessa e dello stato.

In quest'ottica così rigidamente definita, strumento chiave dell'educazione diviene la disciplina, che inizialmente è imposta agli studenti come legge (stabilita quindi dagli educatori), ma che poi, siccome gli ordini non devono essere solo eseguiti ma compresi e interiorizzati, da imposta dall'esterno diventerà gradatamente un autoregolarsi in modo da far coincidere le esigenze individuali con quelle più generali del collettivo.

Predominante è l'attenzione riservata al metodo nell'apparato teorico del pensatore sovietico.

Lo strumento base a livello metodologico è il collettivo stesso: esso è visto come soggetto a sé nel quale si riassume ogni forma di esperienza educativa del giovane, esso è molto di più della somma degli individui che lo frequentano. Inoltre il termine collettivo fa riferimento a tutta la comunità che lo compone, per cui gli studenti, ma anche i docenti che vi insegnano.

Chiarita la fisionomia della struttura che contiene, per così dire, la pedagogia di Makarenko, si può dire che la metodologia didattica è basata prevalentemente sulla socializzazione: l'individuo – come si è visto – ha, infatti, una sua importanza unicamente come membro del gruppo. Una delle forme di trasmissione di questa “morale sociale” sono le tradizioni, in gran parte ricavate dalla vita militare (per esempio: indossare un'uniforme, il culto della bandiera, l'uso di presentare “rapporti” e via di seguito), alle quali l'autore attribuisce un forte valore formativo.

Non manca ovviamente l'importanza data al lavoro come parte integrante di una formazione completa del giovane. La particolarità della posizione di Makarenko è che per lui il lavoro deve essere visto unicamente in quanto legato alla produzione: il semplice lavoro manuale che ha come scopo l'educazione “formale” del giovane non ha alcun senso per l'autore per il quale un lavoro che non porti alla produzione di un valore (in senso economico) non può avere alcuna ricaduta formativa sul giovane.

Riepilogando

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