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La scuola

I mutamenti legislativi

La variazione nella frequenza degli studenti italiani ai diversi livelli di istruzione è strettamente legata a mutamenti di carattere economico e politico-legislativo. Se da un lato il fenomeno è certamente collegato all'estendersi dell'industrializzazione, e in generale alle mutate esigenze economiche, dall'altro esso risulta in stretta relazione con le politiche e le variazioni legislative conseguenti.

La legge Casati (1859), così chiamata dal nome del ministro del governo del Piemonte che ne aveva curato la stesura, costituisce l'origine del sistema scolastico italiano. Essa prevedeva che, una volta assolto l'obbligo scolastico di quattro anni (due di scuola inferiore e due di superiore), lo studente si trovasse a scegliere tra un ramo classico e uno tecnico nettamente distinti. Il primo era pensato per chi avrebbe continuato gli studi all'università; il secondo, dopo tre anni di scuola tecnica, consentiva l'iscrizione all'istituto tecnico e da una sezione di questo l'accesso ad alcune facoltà scientifiche.

Il passaggio decisivo verso l'espansione pressoché generalizzata dell'istruzione elementare si è avuto con la legge Daneo-Credaro (1911), con la quale gran parte delle scuole di base (sino a quel momento dipendenti dai comuni) fu affidata allo Stato. Questo provvedimento rese possibile lo sviluppo dell'edilizia scolastica, una migliore distribuzione delle scuole sul territorio e l'istituzione delle scuole serali e festive per adulti, il cui scopo era la riduzione del tasso di analfabetismo. I risultati di questi interventi si rivelarono positivi: infatti nel 1921, cioè dieci anni più tardi, il numero degli analfabeti era calato considerevolmente.

La riforma a cui per molti aspetti fa ancora riferimento la scuola italiana è comunque quella introdotta dal ministro-filosofo Giovanni Gentile nel 1923. Per la prima volta in Italia veniva istituita, all'interno del sistema scolastico, l'attuale scuola materna (resa statale solo nel 1968), affidata ai comuni e ai privati; si creavano altresì gli istituti magistrali, deputati alla formazione degli insegnanti, e le scuole speciali per i portatori di deficit sensoriali; si innalzava inoltre l'obbligo scolastico ai quattordici anni d'età.

La riforma prevedeva che, dopo le elementari, il ciclo si differenziasse in vari indirizzi: ginnasio-liceo, liceo scientifico, istituto magistrale, istituto tecnico e scuola complementare. I licei consentivano l'iscrizione a tutte le facoltà universitarie, l'istituto tecnico a economia e commercio e a statistica, l'istituto magistrale unicamente alla facoltà di magistero; la scuola complementare non consentiva alcun accesso universitario.

Le variazioni introdotte dal regime fascista tesero da un lato ad aumentare l'accentramento del sistema scolastico, dall'altro a sottolineare la distinzione tra un curriculum pensato per le classi medio-superiori e un altro per la classe operaia. Così, dopo le elementari ci si poteva iscrivere, una volta superato un esame, alla scuola media (nata dalla fusione del triennio inferiore del ginnasio, del tecnico e del magistrale), da cui si poteva accedere ai licei, all'istituto tecnico e all'istituto magistrale, oppure alla scuola di avviamento professionale, che non consentiva sbocchi universitari. Solo chi aveva frequentato il liceo classico poteva iscriversi a qualsiasi facoltà universitaria, mentre gli altri ordini di studi, compreso il liceo scientifico, erano vincolati a particolari facoltà.

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