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L'età contemporanea

America Latina: la democrazia difficile

Oppressa dal debito estero ed esposta a ricorrenti crisi monetarie connesse con l'agganciamento di alcune valute locali al dollaro (la cosiddetta "dollarizzazione"), l'America Latina d'i­nizio secolo presenta un panorama economico strutturalmen­te fragile, che rende problematico il processo di democratizza­zione imboccato da gran parte degli Stati del subcontinente do­po i tormentati anni '70 e '80. Nonostante, infatti, il tentativo d'integrare fin dal 1991 i Paesi del Cono Sud (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) in un'area di libero scambio, il Mercosur, estesa a Cile e Bolivia, proprio uno dei suoi principali protagonisti, l'Argentina, entrò nel 1998 in una drammatica recessione economica, propagatasi an­che all'Uruguay e al Paraguay, che in pochi anni produsse mi­lioni di disoccupati, molti dei quali costretti a prendere la via dell'emigrazione. Al crescente marasma economico e sociale fece seguito il deteriorarsi del quadro politico, precipitato in un'a­cuta fase d'instabilità dopo le dimissioni del successore di Menem, Fernando de la Rùa (1999-2001), a stento arginata dall'a­scesa al potere del peronista Eduardo Duhalde (gennaio 2002). All'altro capo del Sudamerica, in Venezuela, la decisione del presidente populista Hugo Chàvez (eletto nel 1998) di sotto­mettere all'esecutivo la potente società statale Petróleos de Venezuela ha innescato, nella primavera del 2002, un duro braccio di ferro con le opposizioni, sfociato in un fallito golpe (apri­le), quindi in uno sciopero a oltranza (dicembre). In gioco è la gestione delle risorse petrolifere nazionali, che forniscono il 70% delle entrate valutarie del Paese, e la manovra dei prezzi del greggio sui mercati internazionali, che il Venezuela concor­re a determinare in quanto membro fondatore, nel 1960, dell'OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio).

Alla crisi venezuelana fanno da sfondo il radicalizzarsi della situazione interna della Colombia, dove il narcotraffico e l'endemica azione dei gruppi guerriglieri d'orientamento marxista (FARC, ELN, M19) hanno favorito la vittoria elettorale del leader di destra Alvaro Uribe (maggio 2002), e le incertezze del Perù, afflitto dalla mai sopita guerriglia di Sendero Luminoso, anche dopo la fine del discusso regime di Alberto Fujimori (1990-2000). Più complesso è il quadro del Brasile, tornato stabilmente alla democrazia nel 1989 con una base produttiva consolidata, che s'è preservata dalla crisi argentina grazie all'afflusso di consistenti prestiti esteri, ma dominato anche da forti disparità economiche e sociali. Ciò ha fatto sì che, dopo più d'un decennio di go­verni conservatori, per la prima volta nella storia del paese ab­bia vinto le elezioni presidenziali un candidato di sinistra, il la­burista Luiz Inàcio "Lula" da Silva (novembre 2002), fautore, tra l'altro, della trasformazione del Mercosur in un'area di libe­ro scambio estesa a tutta l'America del Sud ("progetto SAFTA").

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