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Vita quotidiana

Matrimonio

Tradizionalmente il matrimonio era concepito come accordo più tra due enti (la
tribù, il clan, le famiglie d’origine) che tra due singoli individui. Il vincolo matrimoniale
è stato pressoché subordinato anche a norme (come il tabù relativo all’incesto)
finalizzate, pur con molte eccezioni, a impedire il matrimonio fra consanguinei. Legata
all’evoluzione del matrimonio è inoltre la storia della sessualità: rapporti prematrimoniali, monogamia e fedeltà coniugale, omosessualità hanno ricevuto in epoche e culture diverse risposte differenti e differenti giudizi di tipo morale, giuridico e politico.

Il matrimonio nell’antichità

Il nesso tra imposizione e libera scelta era spesso molto sottile, nell’antichità spesso coesistevano diversi tipi (anche codificati nel diritto) di matrimoni: “il matrimonio sacerdotale, dove il padre fa dono della figlia al genero e in trasparenza si intravede il nesso fra nozze e sacrificio; vi è il matrimonio dove la sposa è padrona assoluta di se stessa; vi è il matrimonio per ratto; vi è il matrimonio per acquisto della sposa”. La civiltà greca classica accolse una molteplicità di comportamenti, che accanto alla famiglia monogamica tolleravano, e talvolta esaltavano, l’omosessualità e il ricorso a prostitute (etére). Nel diritto latino si distinguevano le unioni comportanti la soggezione della sposa all’autorità del marito o addirittura del pater familias (cum manu) e il connubio che non prevedeva forme di dipendenza della donna dall’autorità maritale (sine manu). Il matrimonio cum manu avveniva in tre modi: mediante una compravendita fittizia della sposa; mediante l’usus della donna da parte del marito per più di un anno; oppure mediante confarreatio, una cerimonia non priva di significato religioso in cui i due sposi consumavano insieme una focaccia di farro. Il Cristianesimo cercò di contenere quelli che giudicò abusi sessuali dettando nuove norme di comportamento che trovarono una codificazione via via più rigorosa con il passare dei secoli. Nel Medioevo l’abitudine al ritardo del matrimonio – come forma di controllo delle nascite e di contenimento demografico – favorì inevitabilmente la diffusione di rapporti prematrimoniali e di concepimenti prenuziali (a volte causa di aborti clandestini e dell’abbandono dei neonati). Frequenti erano gli episodi di violenza sessuale, né mancavano occasioni di libertà sessuale tollerata
(come in occasione del carnevale).

Il matrimonio nella cultura moderna e contemporanea

Caratteristica della cultura occidentale moderna è stata la graduale acquisizione di
una concezione del matrimonio come decisione “privata” tra due individui. Hanno
via via influito in questo processo le concezioni illuministiche e contrattualistiche,
quelle romantiche, liberali e socialiste. Il matrimonio è stato perciò ridefinito come rapporto tra due persone, fondato sul reciproco amore finalizzato al raggiungimento della “realizzazione” personale dei due interessati, anche a prescindere dal riconoscimento socio-istituzionale e dalle finalità procreative (messe invece al primo posto dall’insegnamento tradizionale del Cristianesimo). L’affermarsi della borghesia nel XIX sec. fu accompagnato dall’introduzione di nuove regole di comportamento sociale: alla ricerca di un nuovo stile di vita sobrio ed essenziale, dominato dal “decoro” esteriore, dall’accentuata privatizzazione e dall’idealizzazione della famiglia, si unì una crescente censura della dimensione sessuale della vita, fino a vere e proprie forme di sessuofobia (emblematizzata dall’Inghilterra vittoriana), sia pure carica di contraddizioni e ambiguità. Dagli anni ’60 del XX sec. si assistette a quella che è stata definita una “rivoluzione sessuale”, imperniata sulla richiesta di una piena libertà e collegata anche alla diffusione degli anticoncezionali femminili.

Matrimonio religioso e matrimonio civile


A tale evoluzione culturale verificatasi a partire dal XVIII sec. va ricondotto il conflitto sviluppatosi fra Stato e Chiesa a proposito del matrimonio. Nel corso dei secoli la Chiesa aveva infatti assunto in Europa il monopolio della regolazione del matrimonio: sant’Agostino ne aveva enunciato il carattere sacramentale e ne aveva esortato alla celebrazione fuori dai legami di consanguineità, elencando anzi gli impedimenti dovuti a stretta parentela. Dal XII sec. i canonisti affermarono la validità del consenso (seguito dalla copula carnis), nella debita forma tra due individui idonei fisicamente, al di là delle circostanze in cui si era verificato il matrimonio (consenso dei genitori ecc.). Testimone poteva essere un chierico o, come in Italia, un notaio; luogo del matrimonio più spesso la porta di una chiesa; la messa nuziale non era indispensabile, tranne in Spagna. Tale situazione cambiò con le disposizioni del Concilio di Trento: nel 1612 la Santa Sede dispose che il patto tra gli sposi doveva avvenire nei pressi dell’altare e in presenza di un parroco e di testimoni; il matrimonio diveniva così da realtà sociale vigilata dalla Chiesa un atto eccesiastico amministrato dalla Chiesa. La contestazione di tale monopolio sfociò in una lunga serie di conflitti iniziati dalla Rivoluzione Francese e proseguiti dagli Stati nel corso del XIX sec. Lo Stato laico rivendicava non solo la propria piena potestà legislativa in materia matrimoniale, ma anche la preminenza delle proprie norme su quelle della Chiesa. Nell’Italia liberale ciò comportò tra l’altro la doppia celebrazione del matrimonio in Comune e in chiesa.

Il divorzio

Analogo conflitto si ebbe sulla questione del divorzio. Forme di divorzio risultavano presenti in numerose civiltà dell’antichità, compresa quella di Roma, ma il Cristianesimo vi contrappose, almeno a partire dal V sec., una concezione del matrimonio fondata sull’indissolubilità che ammetteva solo l’ipotesi dell’annullamento, ovvero della dichiarazione da parte dell’autorità ecclesiastica della non sussistenza di un vincolo matrimoniale essendo mancate sin dall’inizio una o più condizioni ritenute indispensabili. Il divorzio fu introdotto nel 1792 dalla Francia rivoluzionaria; il Codice Napoleonico lo mantenne pur riducendo i casi previsti. Nel corso del XIX sec. quasi tutti gli Stati europei introdussero legislazioni divorziste: in Italia risultarono invece vani i progetti via via predisposti dallo Stato liberale (ad esempio: progetto Villa, 1881; progetto Zanardelli-Cocco Ortu, 1902). Il divorzio fu infine introdotto in Italia con la legge Fortuna-Baslini solo nel 1970: l’opposizione cattolica culminò nel referendum abrogativo del 1974, che vide però la maggioranza favorevole al mantenimento del divorzio. Anche gli sforzi per dar vita a un diritto di famiglia più equilibrato e moderno nei rapporti tra coniugi dovettero attendere per potersi affermare in Italia: data infatti al 1975 una riforma complessiva della materia.

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