
 | testo e foto di Alessandro Gandolfi

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Ogni anno, quando il Losar si avvicina, Tashi Tsering Lama lascia per qualche settimana le brumose colline del reggiano e vola a Katmandu. Prende un taxi e si fa portare a Boudhnath, in quella che un tempo era una periferia e oggi è un quartiere della capitale nepalese. Il periodo è febbraio, secondo il calendario lunare quest’anno cade il 13. È il giorno del capodanno tibetano.
Una festa che durerà una settimana, raccogliendo folle di pellegrini scesi dall’Himalaya o arrivati dal Nepal più meridionale, per assistere alle danze, alle purificazioni, ai riti lamaisti che annunciano il Losar, l’anno nuovo. Tashi è un esperto di pittura sacra tibetana e vive a Votigno, un pezzo di Tibet nell’Emilia più profonda. Ma ogni anno non si perde la festa a Bodhnath, che qualcuno ha definito il “Vaticano dei buddisti”, il centro dei tibetani fuori dal Tibet.
Qui, nell’antichità, passava una delle più importanti vie commerciali, che collegava Lhasa, la capitale del Tibet, a Kathmandu (e chi riusciva ad attraversare sano e salvo la catena himalayana non dimenticava di ringraziare le divinità). Qui, oltre 40 anni fa, arrivarono i primi profughi fuggiti dopo l’arrivo dei cinesi in Tibet. E qui, ancora oggi, mescolandosi alla fiorente comunità dei buddisti, si può assaporare una cultura tibetana veramente libera di esprimersi.
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