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Enzo Dara: tra vita e sorriso

Enzo Dara: tra vita e sorriso

Un incontro con il basso buffo mantovano è l’occasione per ripercorrere una carriera quarantennale vissuta con segno personalissimo nel nome di Rossini e Donizetti.

di Edoardo Tomaselli

Enzo Dara con gli abiti di scena 
Enzo Dara con gli abiti di scena
Scrivendo di un basso buffo, la cosa migliore è dare i numeri: ripercorrendo una carriera quarantennale come quella di Enzo Dara, si può partire dalle 335 interpretazioni di Don Bartolo nel Barbiere di Siviglia, ricordare le 250 volte in cui è stato Don Magnifico (e Dandini) nella Cenerentola, seguitare con le decine di Taddeo (e Mustafà) nell’Italiana in Algeri o con i 97 Dulcamara nell’Elisir d’amore di Donizetti. E ancora enumerare i 59 Don Geronimo nel Matrimonio segreto, le 80 diverse interpretazioni del Maestro di cappella di Cimarosa o i 137 diversi Don Pasquale. Tutto questo senza dimenticare il ruolo di Trombonok, in un leggendario allestimento del Viaggio a Reims. L’opera di Rossini – riscoperta a Roma nel 1983 – andava in scena l’anno seguente al Festival di Pesaro: la regia era di Luca Ronconi, la direzione di Claudio Abbado e assieme a Dara compariva un cast eccellente con le voci di Cecilia Gasdia, Katia Ricciarelli, Lucia Valentini Terrani, Ruggero Raimondi, Leo Nucci, Chris Merritt e Samuel Ramey. Nel 2000 Dara ha festeggiato 40 anni di carriera (ripercorsi nel libro La felicità musicale: quarant’anni di palcoscenico), l’anno dopo ha cantato alla Scala per una ripresa della Cenerentola con la regia di Ponnelle, mentre agli Arcimboldi si è esibito nel luglio scorso, indossando nuovamente i panni di Don Bartolo.

Nel 1990 Enzo Dara ha iniziato a dedicarsi alla regia, e quattro anni più tardi ha pubblicato Anche il buffo nel suo piccolo… una galleria di personaggi, aneddoti e ricordi del mondo dell’opera. Un nuovo libro di memorie uscirà nei prossimi mesi. «Ho sempre amato scrivere: nei primi anni sessanta collaboravo al Resto del Carlino, e arrivai a prendere il tesserino da pubblicista. Se la musica non fosse entrata nella mia vita, mi sarei sicuramente dedicato alla scrittura…». Ma il destino decise diversamente: nel 1960 Dara debuttava nell’Andrea Chénier, e sette anni più tardi arrivava l’esordio da buffo.  «Nei miei anni “di galera” interpretai prevalentemente ruoli seri – mi ritenevano troppo giovane per le parti buffe – finché nel 1967 un amico del giornale mi parlò di un allestimento dell’Elisir d’amore, in programma a Reggio Emilia. Cercavano un cantante per il ruolo di Dulcamara: mi presentai, e vinsi l’audizione».La sua folgorazione con la musica risaliva invece a oltre vent’anni prima, dopo una proiezione di Fantasia di Walt Disney.

«Ricordo Fantasia e mi ricordo bambino con mia madre, mentre una radio trasmetteva la voce del grande Gigli. Ricordo, finita la guerra, un cinema all’aperto di Mantova (la città in cui Dara è nato nel 1938, n.d.r.) in cui suonavano musiche di Rossini, e ricordo mio nonno, contrabbassista dell’orchestra del Teatro Sociale. Quando mia madre era incinta del sottoscritto amava cantare, desiderando che nascessi con una bella voce: ma sono sicuro che non può averla minimamente sfiorata l’idea di un figlio con la voce di basso… Buffo, per giunta».

Perché questa attrazione per il mondo dell’opera buffa?
«Fin dai primi passi nella lirica desideravo interpretare ruoli buffi, capaci di descrivere gli uomini così come sono, come li incontri ogni giorno per strada. E quando nel 1966 debuttai con Dulcamara ebbi la fortuna di lavorare con Beppe Menegatti, un regista che seppe tirare fuori un personaggio interamente presente dentro di me. Molto lo devo agli anni di studio con il mio unico e grande maestro, Bruno Sutti: il resto è il frutto del mio amore per il teatro, per il fatto che nell’opera buffa devi cantare, ma soprattutto essere un attore. Come interprete, ho sempre cercato di rendere umani personaggi ritenuti cattivi: penso a Don Magnifico – la carogna più carogna dell’opera buffa – o a Don Pasquale».

Un personaggio che lei ritiene il più umano di tutto il repertorio buffo.
«Don Pasquale è un buffo malinconico: un uomo anziano che sogna di poter tornare giovane, che da malvagio si trasforma in martire divenendo una figura patetica. Donizetti ha scritto per lui una pagina splendida nel terzo atto dell’opera, in cui Don Pasquale si autocommisera. Lì non devi far ridere, tutt’altro: ma se in quel punto non sei capace di fare sentire un brivido al pubblico, tu – o il regista – avete sbagliato».

A proposito di «serietà» ho letto un aneddoto divertente, sui suoi primi anni di carriera.
«Era l’ultima scena della Bohème: Mimì sofferente nel letto della sua camera. Il sottoscritto nel ruolo di Colline, mentre Schaunard e Marcello mi sussurravano all’orecchio delle incredibili “puttanate”... Per non essere scoperto portavo le mani al volto, fingendomi disperato per nascondere le risate».

Con Claudio Abbado ha collaborato ad allestimenti che sono oggi dei classici del teatro d’opera: penso alla Cenerentola con la regia di Ponnelle, al Barbiere, al Viaggio a Reims.
«Conobbi Abbado nel 1971: lo ricordo entrare nel mio camerino dopo l’audizione che sostenni per il personaggio di Bartolo. Si avvicinò, mi diede del tu: “Enzo”, mi disse, “allora facciamo il Barbiere alla Scala e all’Opera di Roma, oltre al film e al disco con la Deutsche Grammophon”. Fu come ricevere un colpo, tutto in una volta... Ma assieme ad Abbado ricordo direttori come Campanella, registi come Ponnelle, Menotti – che mi hanno insegnato come tutto in scena si debba muovere sulla musica – e ancora Paolo Grassi, Gavazzeni, Strehler. È stata una fortuna enorme poter conoscere uomini simili».

Nel 1990 ha debuttato nella regia con Il barbiere di Siviglia. Come ci è arrivato?
«La mia attività di regista è una naturale evoluzione dopo anni di palcoscenico. Anche se a volte mi richiedono cose irrealizzabili: vogliono le regie e che parallelamente canti alcuni ruoli oggi troppo gravosi per la mia voce. Ruoli che sarebbe assurdo intestardirmi a riproporre, perché certe note passano, e non tornano più. Mi resta però la libertà di scegliere cosa interpretare, senza rinunciare al piacere di stare in scena».

Da più di quarant’anni canta sui palcoscenici di mezzo mondo: come li ha visti?
«Quando esordii, la situazione italiana era disperata: ricordo teatri mezzi vuoti, e lentamente ho visto formarsi un pubblico nuovo. Ma oggi vedo tornare una crisi nel pubblico, dovuta forse alla concorrenza della televisione, alla mancanza di idee nelle scelte dei cartelloni, alla mancanza di interpreti per il repertorio serio. I cantanti giovani vengono sbattuti da subito a fare Aida, Il trovatore, e dopo due o tre anni la loro voce è rovinata. Per sempre».

Che rapporto ha  con l’insegnamento?
«Insegnare la tecnica vocale? Una gran barba... Sono però pieno di ragazzi che vengono a farsi sentire – e io non chiederò loro neanche una lira – mentre da due anni lavoro a Mantova in un Laboratorio musicale sul ’700 intitolato a mio nome. Finora abbiamo allestito due opere di Galuppi con compagnie formate da giovani cantanti (interamente spesati), grazie alle quali contribuiamo a riscoprire l’enorme patrimonio dell’opera buffa. Per il 2003 c’è in programma La musicomania di Mayr, di cui curerò la regia».

A parte la passione per la buona tavola e il ciclismo, so che è un grande amante del teatro di prosa. La vedremo come attore per Pirandello o Goldoni?
«L’amore per la tavola rientra nella mia ottica di gaudente, mentre quella per il ciclismo è una passione che risale al lontano 1948, quando Coppi vinse il Giro di Francia: una passione insana che divido con Leo Nucci. Il teatro di prosa invece mi è sempre piaciuto: ma quanto a interpretare una parte sarei un disastro. La ragione? Una tara che mi porto indietro fin da bambino: imparare le poesie a memoria per me è sempre stato un incubo. Ma se c’è la musica cambia tutto. Per ricordarmi i numeri di telefono, ad esempio, ci metto sotto una melodia. E me li canto».

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