
 | Intellettuale raffinato

di Franco Suitner, foto Archivio IGDA

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Nel 1267 venne stipulato un atto attraverso il quale, com’era largamente in uso a quel tempo, si promettevano in matrimonio due giovanetti fiorentini i cui nomi erano conosciutissimi nella grande città toscana. Lei era Bice degli Uberti, figlia del celebre capo ghibellino immortalato da Dante nel Canto X dell’Inferno. Lui era Guido Cavalcanti, il futuro poeta. La combinazione rispondeva, a quel che sembra, a opportunità “politiche”. I Cavalcanti erano infatti una delle più cospicue famiglie di parte guelfa. A seguito della rotta di Montaperti del 1260 erano stati cacciati dalla città e ora, rientrativi, cercavano non senza ambiguità una precaria riappacificazione con gli avversari.
Quella alla quale apparteneva Guido era dunque una famiglia potente e soprattutto ricca, per attività mercantile e finanziaria e per possedimenti immobiliari.
Quello che abbiamo appena ricordato è uno dei pochi documenti che ci attestino direttamente l’attività di Guido. Guelfo di parte bianca, come Dante, come il padre Cavalcante, fu nel Consiglio del Comune nel 1284, quando vi sedevano fra gli altri anche Brunetto Latini e Guido Compagni. La sua vita pubblica, per quel che si sa, fu caratterizzata dallo scontro con Corso Donati, il sanguigno capo della parte nera. Questi avrebbe fra l’altro tentato di assassinarlo durante un pellegrinaggio a San Giacomo di Compostella. Che si trattasse veramente di un pellegrinaggio non è certo, dato che da un sonetto di Niccola Muscia risulta che il viaggio fu interrotto a Nîmes. Nella Francia nel Sud comunque Guido pare essere veramente stato, come si desume dalle poesie che rievocano Tolosa e una donna di laggiù, la famosa Mandetta.
La reputazione di Guido non era di certo quella dell’uomo pio, e del resto sappiamo che suo padre è collocato da Dante, insieme a Farinata degli Uberti, appunto fra gli eretici. La testimonianza dei cronisti contemporanei o successivi, da Compagni a Villani, da Sacchetti a Boccaccio, ci ha trasmesso l’immagine di un uomo scontroso, di un giovane snob, di un intellettuale raffinato. Ricco di ingegno filosofico, era in odore di eresia presso la gente comune. Può trattarsi in parte di fama leggendaria, dovuta anche alla notevole competenza filosofica che si rivela in alcuni dei suoi testi.
Di sicuro Guido è, insieme a Iacopone da Todi, il primo grande poeta della storia letteraria italiana. Nella formazione di Dante ha esercitato un’influenza decisiva, com’è attestato ampiamente da tutta una stagione della lirica dantesca. Come succede spesso nelle grandi amicizie, a un certo punto i rapporti fra i due si sono raffreddati, per motivi che in parte ci sfuggono ma che dovettero essere insieme letterari e umani. Gli studiosi discutono a non finire sul momento in cui la frattura dovette compiersi. In realtà, dovette trattarsi di un processo progressivo, i cui germi si intravedono già nella dantesca Vita nova, un’opera che assegnava alla donna cortese, Beatrice, un ruolo che Cavalcanti avrebbe ritenuto inaccettabile. Un raffreddamento del rapporto che giunge fino al celebre passo dell’Inferno sul «disdegno» di Guido (Canto X v. 61). È possibile che divergenze intellettuali si siano sommate a riserve sul carattere e sulla condotta di vita.
Di certo Cavalcanti ha dell’amore e del processo di innamoramento una visione peculiare, accentuatamente drammatica, che lo caratterizza fra tutti i poeti dello Stilnovo.
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