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a cura di Paolo Tomaselli
“Urbicidio”. Adriano Sofri nello speciale “Diario”, dopo l’11 settembre, dedicato alle città che hanno conosciuto la distruzione per mano dell’uomo, trova in questa definizione il legame tra la New York delle Torri Gemelle e la Sarajevo martoriata da una guerra che ha portato la capitale bosniaca, multietnica per vocazione, a venire letteralmente svuotata del suo passato e del suo presente. Verso un ritorno ad un medioevo che ha marchiato a fuoco la fine del secolo non solo nei Balcani, ma in tutta l’Europa. Oggi il futuro è ancora avvolto da nubi: l’appuntamento per la rinascita è stato lanciato con la candidatura alle Olimpiadi invernali del 2010.
Ma andiamo con ordine: i 1000 giorni d’inferno dell’assedio (il più lungo subito da una città nella storia moderna) iniziano il 2 aprile 1992, quando sul ponte di Vrbanja viene assassinata una studentessa di medicina, Suada Dilberavic, di origine croata. Finiranno nel novembre 1995 con gli accordi di Dayton, firmati a Parigi. In tre anni e mezzo muoiono 11 mila persone (1650 bambini) e 52 mila vengono ferite. Dei 400mila abitanti (più i 600mila delle aree limitrofe) oggi ne sono rimasti circa 380 mila.
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