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L'affresco
nel primo Rinascimento
In età
rinascimentale il colore viene sempre più spesso steso
per velature successive, ovvero per strati di colore trasparente.
L'ampio ricorso all'espediente delle velature permette di
porre in rilievo la linea, facendola prevalere sulle campiture
di colore, di dare una maggior profondità allo spazio e
di ottenere particolari più precisi.
Nel contempo acquista sempre maggiore importanza il disegno
preparatorio, che coincide con la fase concettuale e di
progetto del lavoro artistico.
Nell'affresco ciò diviene possibile con l'introduzione
dello spolvero e dei cartoni preparatori. La rappresentazione
dello spazio secondo i rapporti matematici della costruzione
prospettica, infatti, segnava in questo stesso periodo la
necessità di riportare sulla parete da affrescare la costruzione
sofisticata delle linee e dei piani attraverso un disegno
molto più preciso, che veniva preparato su un supporto cartaceo.
Nella realizzazione di quest'ultimo era più agevole ricorrere
agli strumenti tecnici idonei a costruire le perfette forme
geometriche, cosa non possibile procedendo direttamente
sulla parete. Scompare così gradualmente l'uso della sinopia,
per privilegiare lo spolvero, tecnica anticipata nella Crocifissione
di Altichiero di Zevio (affresco, 1379-1384, Padova, Oratorio
di San Giorgio).
La superficie dello spolvero era delle medesime dimensioni
dell'affresco che si andava a compiere, e veniva realizzata
incollando più fogli fra loro. L'artista trasferiva il disegno
eseguito sullo spolvero perforandone i contorni con punte
metalliche. Preparata la porzione di intonachino si ritagliava
dallo spolvero la parte corrispondente e, dopo averla applicata
sull'intonaco, vi si passava sopra con un sacchetto di polvere
finissima di carbone, facendola penetrare attraverso i fori
in modo tale che rimanessero sull'intonaco la serie di punti
corrispondente alle linee della composizione. Successivamente
le tracce così ottenute venivano ripassate con il pennello.
Nell'esempio della Trinità (affresco, 1428, Firenze, Santa
Maria Novella) di Masaccio (1401-1428) la struttura geometrica
altamente complessa prevista dall'autore era capace di ricreare
un'eccezionale illusione architettonica, che fu resa possibile
soltanto dall'elaborazione di un progetto compositivo definito
anticipatamente in tutte le sue parti.
Ne La Trinità,
(1427, Firenze, Chiesa di Santa Maria Novella) affresco
che risale agli ultimi anni della vita di Masaccio,
si possono ritrovare alcune importanti caratteristiche
che hanno caratterizzato l'arte del Quattrocento e che
pongono l'artista tra gli iniziatori del Rinascimento.
Nelle sue opere Masaccio applica alcune soluzioni che
rivoluzioneranno la tecnica pittorica: grazie alla prospettiva
riesce a rappresentare lo spazio in modo realistico,
dando l'illusione della profondità mentre con il colore
e l'alternarsi di luci e ombre, conferisce volume e
plasticità ai corpi che sembrano immersi in uno spazio
reale.
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