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Il
secondo Rinascimento: Leonardo da Vinci e Botticelli
Nel secondo
rinascimento, la pittura altamente meditata di Leonardo
da Vinci (1452-1519), espressione di un'intensa concentrazione
intellettuale e condotta con estrema lentezza, soppesando
ogni tocco del pennello, non poteva contemplare la tecnica
dell'affresco, per la necessaria rapidità e sicurezza, senza
ripensamenti possibili, nello stendere i colori che questa
comportava. Per il Cenacolo (1494-1498, Milano, Refettorio
di Santa Maria delle Grazie) l'artista concepisce il tentativo
di una tecnica personale, una sorta di tempera su pietra,
che gli permetteva di lavorare a secco, di intervenire quindi
più volte sul dipinto a distanza di tempo, modulando attentamente
i chiaroscuri e usufruendo di una gamma cromatica e tonale
più ampia. Il novelliere Matteo Bandello riferisce che il
modo di lavorare di Leonardo fosse estremamente incostante:
a volte vi lavorava giorno e notte, dimenticandosi di mangiare
e di bere, a volte lo guardava e basta, a volte non veniva
per giorni, o vi posava solo due pennellate.
Leonardo riveste il paramento murario non con l'intonaco,
ma con un impasto di gesso, pece e mastice che si rivelò
presto inadatto a rendere la pittura resistente, tanto che
nel giro di pochi anni il colore, steso a tempera e olio,
iniziò a staccarsi dal fondo, dando inizio a quel processo
di deterioramento che è avanzato inesorabilmente nei secoli.
La possibilità di controllare la velocità di essiccazione
dei pigmenti attraverso l'uso degli oli essenziali permette
a Leonardo da Vinci di creare un capolavoro come la Gioconda
(olio su tavola, 1503-1505 c., Parigi, Musée du Louvre).
La fama della Monna Lisa, icona dell'arte per eccellenza,
si deve non solo al misterioso sorriso ma anche alla straordinaria
perfezione tecnica, dovuta ad una sovrapposizione infinita
di velature, tanto che non sono visibili tracce di pennello.
Secondo Leonardo l'artista doveva eliminare ogni tratto
personale, per negare all'opera qualsiasi carattere soggettivo,
ed avvicinarla il più possibile all'idea stessa di pittura,
liberandola dall'individualità dell'artista.
La pittura di Leonardo da Vinci sembra sfidare i metodi
di indagine. Le fotografie dei dettagli, pur esaltandone
la bellezza, non consentono di scoprire le tracce del pennello
né la direzione della spatola. Sottoposta a raggi X l'opera
non lascia trasparire nulla della sua struttura, se non
un'immagine evanescente dai contorni indefiniti.
Ne La Primavera (tempera e olio su tavola, 1482-1483
circa, Firenze, Galleria degli Uffizi) Sandro Botticelli
(1445-1510) utilizza un diverso modo di procedere nelle
differenti parti della composizione: esegue per prime le
figure velocemente e con molta sicurezza, sopra una preparazione
appena abbozzata, e solo alla fine, in una decina di strati
pittorici sovrapposti, rappresenta con estremo realismo
più di cinquecento specie botaniche utilizzando una tempera
grassa, cioè mescolata con olio. Questa tecnica, propria
dei pittori fiamminghi, gli permette di esaltare la brillantezza
e le trasparenze dei colori e di dare un'alta definizione
ai particolari più minuti.
Leonardo
dipinge l'Ultima Cena (o Cenacolo) tra
il 1495 e il 1498 nel refettorio del convento annesso
alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie. L'artista ritrae
il momento che segue l'annuncio di Gesù ai discepoli:
"In verità vi dico che uno di voi mi tradirà". Gli apostoli,
sorpresi e turbati dalle sue parole, si domandano e
si interrogano, protestando la loro innocenza.
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Leonardo
esegue questo ritratto durante il suo soggiorno fiorentino
(1503-1505). L'identificazione della donna è incerta:
con scarso fondamento si parla di una certa Monna Lisa,
moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo
e per questo detta la "Gioconda". Da quando dipinse
questo quadro, Leonardo non se ne separò mai fino alla
morte. Ogni tanto l'artista vi aggiungeva qualche pennellata,
come se volesse raggiungere, attraverso La Gioconda
una perfezione assoluta.
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La Primavera
(Firenze, Uffizi, 1475-1478)
Il quadro è un'allegoria, le cui immagini rappresentano
le personificazioni di idee e concetti astratti. Botticelli
vuole evocare l'incanto della primavera e il risveglio
della natura abitata da ninfe e divinità del mondo classico.
La scena è ambientata in un aranceto e ritrae, a destra,
Zefiro mentre cerca di afferrare la ninfa Clori che,
nella figura a fianco, si trasforma nella dea romana
della Primavera, Flora. Al centro domina Venere e, in
alto Cupido, il dio dell'amore, è intento a tendere
l'arco per scoccare una delle sue frecce; a sinistra,
completa la scena il gruppo danzante delle tre Grazie
affiancato da Mercurio, nell'atto di scacciare le nuvole
con il braccio alzato. I particolari evidenziano la
dolcezza melodica della linea che avviluppa i personaggi,
il ritmo musicale della composizione scandito dalle
linee sinuose dei corpi e dalle vesti ondeggianti delle
ninfe, l'atmosfera incantevole ed evocativa di un mitico
mondo perduto ricreato dal sapiente uso di tonalità
cromatiche chiare e luminose.
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