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Arte

L'affresco nel primo Rinascimento
L'uso del cartone nell'affresco
Il secondo Rinascimento: Leonardo e Botticelli
Il colore a olio dei Fiamminghi
I pittori veneti
Il nuovo linguaggio di Tiziano
La stravaganza di Pontormo


I pittori veneti

Sul finire del Quattrocento i pittori veneti iniziarono ad utilizzare la pittura ad olio non più sulla tavola lignea rivestita di tela, ma direttamente su una tela libera posta su telaio, usando una imprimitura molto leggera e sostituendo le resine dure dei Fiamminghi con altre molto più morbide. I Veneti preparavano la tela stendendo sul supporto umido uno strato di colla (colla d'amido e zucchero), ricoperto, il giorno successivo, da uno strato di gesso e colla steso prima con passate in verticale e poi in orizzontale. Al termine di queste operazioni veniva effettuata una raschiatura con una spatola.
La preparazione riservata fino ad allora ai supporti su cui dipingere li rendeva spessi e tendeva a produrre un sostrato simile, per compattezza e durezza, a quello tradizionale del supporto ligneo della tavola, mentre il colore veniva steso in strati sottilissimi. La sostituzione della tavola lignea con la tela, data la sua leggerezza e facilità di trasportato, produsse effetti imprevedibili, coincidendo con una sorta di promozione sociale dell'artista e con un incremento del suo "raggio d'azione".
Egli poteva viaggiare, diffondere la sua arte, "piazzare" le proprie opere contattando un maggior numero di committenti, svincolato dalla necessità del supporto artigianale di una bottega, bastando al suo lavoro la tela e i colori.
La riduzione drastica delle laboriose, oscure ed ingrate attività preparatorie contribuì a nobilitare il fare artistico, conferendo maggior peso al momento ideativo e all'esecuzione vera e propria: la stesura del colore sulla tela si definiva ormai come un rapporto diretto fra cervello e mano.

Tra le caratteristiche salienti della pittura ad olio si impose l'enorme adattabilità che rendeva la materia pittorica estremamente malleabile e duttile nelle mani del pittore; essa permetteva all'artista di esplicitare il modo con cui poneva il pennello sulla tela, ne manteneva l'impronta, la cifra personale, restituendo in maniera assai immediata il suo modo particolare di dipingere, aspetto intimo e personalissimo della sua arte che altre tecniche non permettevano di esibire con la stessa trasparenza.
Inoltre con l'olio poteva essere utilizzato un maggior numero di pigmenti, e quindi di mescolanze, aumentando nel contempo d'intensità i toni chiari e gli scuri.

Non a caso nella pittura veneziana il colore non è semplice massa cromatica con cui riempire le forme, ma diviene, affermato in modo esplicito e per la prima volta, un vero e proprio modo espressivo del linguaggio. Gli accostamenti dei colori acquisiscono intonazioni particolari per l'intensità ed il reciproco rapportarsi: il tonalismo veneto inizia con Giovanni Bellini che dà vita ad una pittura basata sulle gradazioni luminose, stendendo sul colore principale velature leggere. Egli ricerca effetti di chiaroscuri irregolari, dando una intensità particolare e diseguale al colore, che assume maggiori vibrazioni e diffusione di luci.

Giovanni Bellini detto il Giambellino (1429-1516) incarna il genio del Rinascimento, ma in modo conforme alle tradizioni e ai gusti della Venezia della seconda metà del XV secolo. Una lunga carriera e la diversità delle influenze subite spiegano le variazioni del suo stile, che ebbe una lenta maturazione: inizialmente il suo stile pittorico richiamava l'energico risalto dei volumi, l'incisa linearità delle forme e la nitida prospettiva di Andrea Mantegna suo cognato. In costante confronto con gli artisti a lui contemporanei, elaborò successivamente un personale linguaggio pittorico. Le opere riportate appartengono agli anni della sua maturità (tra il 1475 e il 1500) epoca in cui Bellini seppe rinnovare la sua ispirazione e il suo linguaggio, traendo profitto dal contatto con giovani pittori quali Giorgione e Tiziano. La risonanza della sua opera fu enorme: ai pittori di Venezia, egli insegnò la pienezza della forma, le risorse del colore, il gusto della natura, l'espressione del sentimento.


Dopo di lui Giorgione inizia a stendere il colore con pennellate corpose, più dense, senza insistere su un disegno preciso. Scopre ed utilizza effetti di vibrazione luminosa attraverso l'accostamento dei colori complementari, stendendo una materia trasparente, con pennellate brevi ed arcuate, velatura su velatura, con l'effetto di diffondere meravigliosamente la luce e di liquefare i contorni delle figure.

La scuola della pittura veneziana del Cinquecento viene inaugurata da Giorgione (Castelfranco Veneto, 1476/1478 - Venezia 1510). Sulla breve carriera di una delle personalità più significative del Rinascimento veneziano, morto di peste poco più che trentenne, si conosce pochissimo. Vasari afferma che Giorgione osservava direttamente le cose vive e naturali, che partiva dal colore e che non usava il disegno come momento preparatorio per i suoi dipinti. Egli non utlizza il disegno e la prospettiva lineare, ma elabora un nuovo tipo di pittura detta tonale, che consiste nell'accostare o fondere differenti tonalità di colore per creare e definire forme.