Per
la prima volta presentata al pubblico la Collezione Federico
Balzarotti, una delle più rilevanti raccolte di arte
peruviana preispanica, donata alla città di Milano
nel 2001. Con l'arrivo di questa raccolta, il capoluogo lombardo
è diventato il più importante centro per i materiali
del Perù preispanico in Italia.
"Di
solito, a chi mi domanda la ragione dei miei viaggi, rispondo
che so bene quello che sfuggo, ma non quello che cerco".
Lo scrittore francese M. De Montaigne aveva una propria
filosofia di viaggio e di vita, quando scrisse questa frase.
Chissà se il collezionista Federico Balzarotti (scomparso
nel 2000) avrebbe condiviso l'idea. Lui che viaggiava per
il gusto di scoprire e conoscere, forse anche di mettersi
alla prova, senza davvero partire alla ricerca di qualcosa,
almeno all'inizio, durante quei primi, interminabili viaggi
in un Sud America dalla bellezza struggente. Per poi invece
ritornare sempre più di frequente in Perú,
alla ricerca, ora si, di oggetti bellissimi e misteriosi.
Per sgusciare dalle maglie della vita statica di città
sempre uguale a se stessa, lasciando da parte la sua attività
di architetto.
Una cultura, quella del Perú nella quale spesso era
difficile, ieri come oggi, squarciare il velo del mistero.
Pare
anche di vederlo, Federico Balzarotti, con la sua sigaretta
in bocca e lo sguardo attento, in mezzo ai pezzi della sua
collezione, affascinanti, sintesi di misteri insolubili,
che parlano di vita e di morte. Come il coloratissimo pannello
della cultura Nasca, con le sue teorie di 84 teste allineate,
coi volti dipinti come in battaglia, con un sorriso che
non è un sorriso, con occhi che, a guardarli bene,
sono rivolti all'insù. E ancora deliziosi vasi zoomorfi
dalla fattura raffinatissima, come quelli della cultura
Moche in terracotta, che rappresenta due piccole volpi avvinghiate
nella lotta o nel gioco. E ancora i misteri delle Yupane,
forse impiegate per fare i conti, e di quipus, forse
usati per memorizzare, scrivere, contare. Il dubbio, dove
non ci sono certezze, è d'obbligo.
Una
raccolta che espone oggetti d'arte, ma anche oggetti di
uso comune come brocche e ciotole o mantelli dalla curatissima
lavorazione. Come la bottiglia con manico a ponte, con i
suoi disegni geometrici e raffigurazioni stilizzate di animali,
un oggetto bello e utile per chi ai tempi ne ha fatto uso.
E ancora la bottiglia con figurina d'uomo che batte un tamburo,
la bottiglia con il gufo, tratteggiato con vigore plastico
nei minimi dettagli. E, ancora, le ciotole decorate con
disegni zoomorfi, come rospi impegnati nell'atto di nuotare.
Anche
i gioielli suggeriscono fantasticherie, sollecitando l'immaginazione
in modo un po' malinconico: come guardare in uno specchio
antico di quelli che si trovano nei musei; la sensazione
è la stessa. Se lì è stata l'immagine
di qualcuno svanita da tempo ad essere catturata senza lasciar
traccia, anche solo per un attimo, questi gioielli come
collane e pendenti devono aver assorbito, in un tempo lontano,
il calore della pelle di qualcuno che non c'è più
da secoli. Strano destino, quello degli oggetti, che nei
musei ci raccontano storie di cui sono stati testimoni in
un tempo molto lontano, e raccontano senza parole questa
realtà che per noi oggi è sfuggente.
La
collezione Federico Balzarotti è un viaggio nel Perú
prima dell'arrivo degli Spagnoli, un viaggio onirico e quasi
magico. Dopo la scomparsa del collezionista, la sua vastissima
raccolta di pezzi eccezionali è stata donata al Comune
di Milano, e costituisce una risorsa davvero preziosissima,
sia dal punto di vista artistico sia come documentazione
storica. Una mostra che, cita il nome, va "da Chavín
agli Inca", attraversando culture, aree geografiche
all'interno del Perú, e secoli di storia, di arte,
di vita di tutti i giorni.
(a
cura di Giulia Stolfa)
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