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Un'occasione
di approfondimento dei legami e dei percorsi che fanno oggi
scoprire nelle collezioni napoletane presenze lombarde e
cremonesi.
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Cremona
e Napoli. Fili nascosti che legano, in una trama sottile
e preziosa, le culture d'Italia, esaltando la ricchezza
delle differenze. Seguendo questa immagine, 23 dipinti,
11 disegni, 17 oggetti e 51 porcellane, appartenenti alle
raccolte napoletane di Capodimonte, fanno bella mostra di
sé nelle lombarde sale del museo civico Ala Ponzone.
Consentendo,
tra l'altro, di approfondire i legami e i percorsi che fanno
oggi scoprire nelle collezioni partenopee presenze lombarde
e addirittura cremonesi, dalla Sant'Eufemia di Andrea
Mantegna, un tempo nella collezione del cardinale Stefano
Borgia, all'Adorazione dei pastori di Boccaccio Boccaccino,
dall'Autoritratto
alla spinetta di Sofonisba Anguissola, appartenuto
in origine al segretario del cardinale Alessandro Farnese,
alle tele con Quattro imperatori romani di Bernardino
Campi, e altri capolavori di Giovan Battista Moroni, Callisto
Piazza, Polidoro da Caravaggio, scelti dai curatori Mina
Gregori e Nicola Spinosa, sovrintendente del Polo museale
napoletano, per raccontare i fili dell'arte che uniscono
il Paese.
Il
nucleo principale del Museo di Capodimonte è infatti
geograficamente meno lontano da Cremona di quello che si
può pensare. Il museo è "figlio"
della parmigiana collezione Farnese, esposta a Parma fino
alla fine del Seicento e comprendente, tra gli altri, artisti
emiliani quali Parmigianino, Correggio, Guido Reni e Domenichino.
La raccolta Farnese si unì poi a quelle borboniche,
grazie all'eredità della collezione materna ottenuta
da Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di
Elisabetta Farnese. Nel 1735 Carlo, restituita dopo due
secoli di amministrazione straniera la piena indipendenza
al regno meridionale, dispose il trasferimento a Napoli
dei beni materni, che trovarono un definitivo spazio espositivo
in quello che era il Palazzo Reale di Capodimonte. Non senza
aver prima provveduto a scartare e vendere quanto ritenuto
di minor pregio e valore.
Tra
gli oggetti spiccano raffinati esempi di scultura del Cinquecento,
come i busti dello scultore di fiducia di casa Farnese,
Guglielmo della Porta, il Busto di Macrino, in bronzo,
e quello in marmo bianco di Carrara di Paolo III Farnese.
Curiose le Teste di martora in cristallo di rocca,
geniale invenzione dei gioiellieri milanesi, in particolare
dei fratelli Saracchi. Si trattava di ornamenti molto in
voga tra le dame del Cinquecento, che usavano applicarle
sulle stole di pellicce di martora per rivestire e impreziosire
la testa dell'animale.
La
peculiarità artistica partenopea è invece
rappresentata dalle porcellane di Capodimonte e della Real
Fabbrica di Napoli, capolavori pregiatissimi della celebre
manifattura settecentesca: vasellame e statuine realizzate
dalla maestria del capo-modellatore della manifattura Giuseppe
Gricci, al quale si deve tutta la produzione plastica di
Capodimonte.
Un
universo brulicante e pieno di vita, come le strade assolate
di Napoli, popolate di venditori ambulanti di busti, vasellame
e ciambelle, mendicanti, domatori di fiere e personaggi
della Commedia dell'Arte, tra cui naturalmente Pulcinella
e Colombina, tutti resi con sorprendente realismo. Ma anche
scodelle, piatti e cestini da pane, e addirittura tazze
puerperali policrome, che testimoniano la ricchezza di una
cultura da riscoprire e apprezzare.
(Tutte le immagini sono tratte dal catalogo della mostra
edito da Silvana Editoriale)
(a
cura di Serena Colombo)
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