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100 opere che cominciano con le
nature morte del Settecento per finire con le performance
di body art degli anni Settanta incentrate su spettacolari
dimagrimenti e con le artiste del Duemila, impegnate in
usi insoliti del cibo.
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Immagini
affamate. Ossia donne, arte e cibo. A esplorare questa complessa
relazione, un centinaio tra dipinti, sculture, installazioni,
fotografie e video, realizzati da una cinquantina di artisti,
più o meno noti, tra il 1585 il 2005.
In apertura, la procace e volgare villana di Vincenzo
Campi, che, esibendo una scollatura vertiginosa,
si ingozza di una candida e appetitosa ricotta in compagnia
di tre bifolchi famelici. Una scena in cui il cibo diviene
chiaramente metafora di lussuria, seduzione, erotismo. Si
tratta di un raro esempio, nella pittura moderna, di una
donna che mangia. Nelle altre opere in mostra, le figure
femminili sorprese in cucina sono impegnate in operazioni
semplici ma mai raffigurate mentre assaggiano le pietanze:
dalla splendida Lattaia di Jan Vermeer, alle cucine
popolari di pitocchi e contadini, da La
venditrice di frutta del Todeschini, alla Venditrice
di uva e ortaggi di Francesco Palazzo, di gusto argutamente
aneddotico, da La pollarola di Jacopo Chimenti a
La dispensiera di Bernardo Strozzi, fino alle numerose
scene di mercato, come il Mercato
del pesce di Joachim Beuckelaer, del 1569, o
quello settecentesco di Giovanni Michele Graneri che, con
l'abilità di un vero cronista, registra le attività
di piazza del Municipio a Torino.
La
natura morta di generi alimentari è invece un tema
che ha molto affascinato le artiste - tutte donne, questa
volta - fra XVII e XIX secolo; con discrezione e delicatezza
femminile, trasportano sulla tela una ricca simbologia,
che aspetta solo di essere decifrata. Dalla resa lenticolare
e accurata di una pittrice raffinata come Fede Galizia,
che lascia Pesche in una fruttiera di vetro, con fiori
di gelsomino, mele cotogne e una cavalletta e una Alzata
d'argento con ciliege così turgide e
mature che difficilmente ci si riesce a trattenere dal sottrarne
una alla composizione. Fino alle opere delle meno note Giovanna
Garzoni e della sivigliana Josefa de Obidos, o al Vaso
di fiori e frutta con cui Orsola Maddalena Caccia celebra
la bellezza generosa del creato, sublimando una sensuale
gioia di vivere.
Dalla
natura morta ai disordini alimentari: la terza e ultima
fase del percorso espositivo è dedicata alla contemporaneità,
e vi prevale un discorso radicalmente femminista, dove molte
artiste di avanguardia affrontano il tema del rapporto conflittuale
col cibo, con l'altro sesso e con la loro stessa identità.
Già con le avanguardie storiche, la donna da oggetto
diventa soggetto dell'opera d'arte. E torna ad esserlo anche
come autrice nelle composizioni di sapore morandiano di
Lalla Romano, scrittrice e pittrice piemontese, che dipinge,
con pennellate soffuse e calibrate, Mele
verdi su fondo bianco, Latte e carne,
Cipolle.
Ben
diverse sono le "nature morte" di Meret Oppenheim,
famosa per i suoi happening, come Festino di Primavera,
del 1959 - documentato in mostra da una fotografia - in
cui il banchetto era allestito sul corpo nudo di una modella
e gli invitati erano tenuti a utilizzare soltanto la bocca.
O la celebre ed eversiva Colazione con pelliccia:
una tazzina da caffè e un cucchiaino rivestiti di
pelo, da interpretarsi in chiave erotica e femminista.
Il
percorso espositivo segue una linea dove l'arte è
declinata in chiave sperimentale e impegnata, solo da artiste
donne. I cibi, l'anoressia o la bulimia, diventano espressione
di un disagio e della volontà di trovare un nuovo
ruolo sociale. A documentare questa ricerca sono agguerrite
ed estreme body artist, dalle fluxer Alison
Knowles e Carole Schneeman, alle trasformiste dell'obbiettivo,
come Cindy Sherman, a Martha Rosler, Eleanor Antin, Jana
Sterbak, Katharina Fritsch, ma anche numerose italiane,
dalla notissima Ketty La Rocca, a Mirella Bentivoglio, con
le sue metafore alimentari dal sapore metafisico, alle più
giovani Odinea Pamici, Anna Esposito, Iaia Filiberti, Greta
Matteucci e Meri Gorni. Che, in Coperti,
lascia il tema del rapporto con il cibo in una sorta di
sospensione di giudizio: un tavolo con otto tovagliette
americane, che riproducono piatti, stoviglie e tovaglioli,
tramite un raffinato collage di carte intagliate a merletto,
aspetta solo il cibo e i commensali. Che per ora mancano.
Pur prospettando, come si auspica Martina Corgnati nel suo
saggio in catalogo, un possibile lieto fine.
(Tutte le immagini sono tratte dal catalogo della mostra
edito da Musumeci Editore)
(a
cura di Serena Colombo)
E ANCORA IN SAPERE.IT

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