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Non solo mostre









Grandi collezioni alla Ricci Oddi I
Un altro '800
Gusto e cultura in una quadreria oltrepadana


Un’occasione per riflettere sul tema del collezionismo, un fenomeno in qualche modo misterioso, e per ammirare una serie di importanti dipinti, alcuni noti, altri poco visti, rari o addirittura inediti.

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Una collezione iniziata per caso. Non è ancora trentenne, Giuseppe Ricci Oddi, quando decide di andare a vivere da solo su un piano del grande palazzo di via Poggiali a Piacenza. Allora, per dare colore al salotto, acquista due quadri di discrete dimensioni: Pecore tosate di Francesco Filippini e Dopo Novara di Gaetano Previati. È l'inizio casuale di una raccolta che, da questo momento, si caratterizza per la capacità di oltrepassare i confini locali.

Solo le numerose passioni sportive lo tengono lontano, per quasi cinque anni, dai preziosi dipinti. Quando, nel 1902, acquista Ritorno al pascolo di Mosè Bianchi e Pecore alla sorgente di Stefano Bruzzi, la passione per l'arte sale al primo posto e, da allora, Giuseppe Ricci Oddi impiega tutte le sue energie e cospicue sostanze per la costituzione di un'imponente raccolta d'arte moderna, dall'Ottocento romantico ai suoi tempi.
Gelosissimo del suo tesoro, lo conserva in una prospettiva intima, non permettendo a nessuno di vederlo, se non ai consiglieri ed esperti di cui ama circondarsi.

Velocemente il giovane piacentino dà vita a una collezione omogenea, in cui si privilegia la figurazione e la perizia tecnica, nonché il soggetto e la sua carica evocativa, escludendo i tentativi compiuti dagli artisti in una direzione diversa. Quando, nel 1924, decide di donare l'intera raccolta alla città, insieme al denaro e ai gioielli di famiglia necessari per conservarla e incrementarla, Ricci Oddi si propone di colmare alcune lacune, acquistando opere particolarmente significative come Ritratto di signora di Klimt, Ritratto di signora di Giovanni Boldini e l'Ecce Puer di Medardo Rosso.

A distanza di cento anni esatti, la storia del nobile piacentino e della Galleria d'Arte Moderna di Piacenza (inaugurata nel 1931, con sede nel palazzo costruito appositamente per ospitare la collezione), sembra ripetersi identica nell'esperienza di un amatore contemporaneo, un professionista dell'Oltrepo pavese, contagiato una ventina d'anni fa dalla sua stessa mania collezionistica, specchio del gusto di un'epoca in bilico fra tradizione e modernità. Uno che, come Ricci Oddi, ha iniziato ad acquistare capolavori per caso, ritrovandosi poi a scremare fra le proposte dei cataloghi di vendita, a caccia dei tasselli mancanti per una collezione impeccabile. Anche la sua raccolta, di straordinaria qualità, si connota per la presenza di alcuni capolavori del nostro Ottocento che, in occasione della mostra allestita nella galleria piacentina viene definito "altro", a indicare il differenziarsi di molte delle opere esposte dalla produzione corrente dei loro autori.

L'esposizione mette a confronto un totale di quasi 300 esemplari, divisi fra i 250 del fondo di Giuseppe Ricci Oddi (in esposizione permanente) e i 44 dipinti (molti dei quali inediti) usciti eccezionalmente dalla raccolta privata del suo erede spirituale. Accanto ai paesaggi veneti e lombardi, ai soggetti orientalisti, alle scene di un patetismo convincente e privo di retorica di Arnaldo Ferraguti, ai ritratti icastici e sensibilissimi e alle opere di Pellizza da Volpedo, Previati, Segantini, Zandomeneghi, Boldini e Medardo Rosso - con le quali, si dice, che Ricci Oddi parlasse regolarmente come fossero persone vive - si trova una selezione di capolavori semisconosciuti ma superbi, stanati dal suo giovane successore fra le offerte delle case d'asta e conquistati a suon di rilanci. Come la Veduta lacustre di Angelo Dall'Oca Bianca, un dipinto delicato che si allontana dai bozzetti del maestro veronese. O come il Cantiere di Gambogi che, datato 1897, sembra un'opera del realismo sociale degli anni Cinquanta. Fra i mostri sacri, spiccano invece la decadente femme fatale di Luigi Conconi, prove di arte sociale, come Lo sciopero, lavoro capitale di Plinio Nomellini, e una Testa di donna di Pelizza da Volpedo, che stupisce per la profondità di indagine psicologica.

(Tutte le immagini sono tratte dal catalogo della mostra edito da Skira)

(a cura di Serena Colombo)



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