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I doni del sole: magie dell'antico Perù


Ceramiche dalle forme animali, maschere d’argento, monili e statuette votive in oro, vasi istoriati con segni enigmatici, bambole di pezza che fanno pensare ai riti vudu, tessuti coloratissimi o trasparenti come veli: sono duecentocinquanta i pezzi che, esposti a Brescia in Palazzo Bonoris, raccontano il mondo misterioso delle culture che si sono succedute in Perù prima dell’arrivo del Conquistadores spagnoli e della fine della cultura autoctona andina.

I doni del Sole. Ori, ceramiche e tessuti del Perù precolombiano - iniziativa organizzata da Brescia Mostre in collaborazione, per la parte scientifica, con il Centro Italiano Studi e Ricerche Archeologiche Precolobiane diretto da Giuseppe Orefici, bresciano d’origine, uno dei massimi esperti mondiali di civiltà precolombiane e curatore della mostra - racconta questo mondo ricco di divinità, di simboli e di riti, e ci invita ad arricchire la nostra sensibilità e la nostra cultura archeologica ancora eccessivamente legate al mondo classico - greco e latino - a quello altomedievale, all’archeologia preistorica e alla protostoria europeo-mediterranee.

I reperti esposti, tutti provenienti dalla collezione Alvigini - e risalenti per la maggior parte ai secoli che vanno dall’Orizzonte Antico (dal 1000 a.C.) al Periodo Intermedio Recente (dal 1000 d.C.) - ci invitano anche ad approfondire la conoscenza delle popolazioni indigene dell’America precolombiana meno note: le culture Chavín, Salinar, Vicùs, oppure quella Wari, quella Lambayeque o quella Chancay sono certamente meno familiari a non addetti ai lavori rispetto alle civiltà dei Maya, degli Aztechi e degli Inca, ma non per questo sono meno significative e fondamentali nello sviluppo delle società andine.

I tessuti più preziosi dell'oro
Fra gli oggetti più belli che l’antico Perù ci ha lasciato in eredità, vanno senza dubbio annoverati i tessuti, che nelle civiltà precolombiane hanno un’importanza e un valore superiori a quelli dei manufatti d’oro e d’argento e permettono di ricavare notizie sulla società dell’epoca.

Nel 1925 l’archeologo peruviano Julio C. Tello scavò nella penisola di Paracas e sulle pendici di Cerro Colorado numerose necropoli risalenti al 350 a.C. In esse lo studioso rinvenne ricchissimi corredi funerari formati da vasellame e, soprattutto, da manufatti tessili, tra i quali spiccano i manti funerari che avvolgevano i defunti.
Nel 1996 Giuseppe Orefici, curatore della mostra bresciana e direttore del Centro Italiano Studi e Ricerche Archeologiche Precolombiane ha trovato un tessuto di 1 metro e 80 per 4 metri circa, la cui banda centrale è formata da una serie di divinità ricamate a punto fittissimo, su cui sono state applicate più di cinquecento bamboline, tutte in posizione diversa e con colori bellissimi. E pochi mesi fa lo stesso Orefici, impegnato da oltre vent’anni negli scavi in Perù, nel terreno di Cahuachi - il centro cerimoniale della cultura Nasca del Perù precolombiano - ha fatto un altro eccezionale ritrovamento: un vero e proprio "cimitero" di tessuti, splendidamente ornati di piume, che sono stati "sepolti" ritualmente per celebrare la "morte" di questi abiti e manti da cerimonia. "Si tratta di esemplari rarissimi - spiega lo stesso Orefici - e di grandissima dimensione, circa 3 metri e 60 per 2 metri e 40 ognuno. L’iconografia si riferisce alle manifestazioni delle divinità, in particolare sotto forma di uccelli. Nelle culture precolombiane l’uccello è simbolo di fertilità, perché produce il guano ed è in rapporto con l’acqua, preziosa per l’uomo".

I tessuti precolombiani - che si sono potuti conservare soltanto in virtù delle eccezionali condizioni climatiche della costa peruviana - sono, dunque, delle opere splendide e vengono considerati, per la delicatezza dell’esecuzione, fra gli esempi più perfetti dell’arte tessile del mondo intero. Essi rappresentano forse la parte più alta, dal punto di vista artistico, di tutta la mostra e forse anche la più inattesa: ori precolombiani, vasi di terracotta figurati o meno, possono essere già stati visti, ma questi rarissimi tessuti con figurazioni geometriche, zoomorfe e umane ai nostri occhi hanno anche un altro, per così dire, pregio: sono di quanto più vicino, anche più degli oggetti fittili, al gusto dell’arte del nostro tempo.

Abiti per il paradiso
Per gli antichi peruviani i tessuti erano molto importanti: gli abiti, infatti, non servivano soltanto per coprire e proteggere il corpo ma, secondo le situazioni, avevano diversi "significati". Essi erano oggetti di baratto, di tributo o di bottino di guerra, in caso di matrimonio erano i doni più importanti e ambiti e mettevano in evidenza il rango della persona. Solamente le persone dei ceti più elevati e appartenenti alla sfera religiosa, infatti, potevano indossare abiti di cotone; il resto della popolazione, invece, si doveva accontentare delle fibre di palma, agave e vucca.
In una società caratterizzata da tali tradizioni, si comprende come gli abiti fossero fondamentali anche per i defunti: essi dovevano indossare il vestito adatto al proprio rango sociale, perché solo in tal modo potevano ricongiungersi alla propria anima ed entrare nel Pakarina, cioè nel paradiso.
L’ideazione e la realizzazione dei filati, dei tessuti e poi degli abiti erano affidate alle donne, che erano praticamente in possesso di tutte le tecniche possibili in tema di tessuti a telaio, dalle trame trasparenti e velate agli arazzi. Esse, inoltre, avevano un vero e proprio cestino da lavoro - col quale venivano sepolte, affinché potessero tessere anche nell’aldilà - nel quale c’erano gomitoli di cotone e di filato grezzi e aghi fatti di spine di cactus e di rame, che venivano usati oltre che per tessere, anche per rammendare e cucire.

Le decorazioni dei tessuti erano sostanzialmente di due tipi: geometriche oppure immagini di uomini e animali. Gli animali che venivano raffigurati erano solitamente collegati alla religione: erano la personificazione terrestre delle divinità e dei demoni, cioè degli esseri soprannaturali. Sui manti funerari di Paracas, disposti secondo linee orizzontali o verticali - in modo da risultare "leggibili" anche se la stoffa è arricciata o piegata - alti circa venti centimetri, ricamati con paziente abilità e sistematicamente ripetuti su fondi ocra, rosso amaranto o azzurro cupo, si susseguono eroi divinizzati, dei e demoni, animali antropomorfi, re-sacerdoti, felini, condor, serpenti e uomini armati di coltelli o recanti trofei di teste recise. A volte, infine, le decorazioni fatte a telaio erano arricchite con l’applicazione di piume variopinte o di lamine d’argento e d’oro, che davano al tessuto una particolare lucentezza e una sorta di tintinnio.

Quello che popola e anima queste stoffe - vere e proprie creazioni pittoriche paragonabili agli arazzi europei medievali e rinascimentali - è un repertorio variegato e fantastico, testimone di un mondo inedito, pieno di meraviglia, di simboli e di sortilegi, caratterizzato dalla vivezza, dalla raffinata alternanza dei colori e dal misurato equilibrio delle tonalità, raggruppate per armonia o per contrasto delle varie gamme.

(Tutte le immagini sono tratte dal catalogo della mostra edito da Skira)

(a cura di Caterina Vagliani)


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