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Preziose come uno scrigno per la raffinatezza del tratto pittorico
e per l’abbondanza dell’oro, le tre serie di carte da tarocco eseguite
per i Visconti e per gli Sforza - attualmente esposte nella Sala
della Passione nella Pinacoteca di Brera - offrono uno straordinario
spaccato della vita della corte ducale milanese intorno alla metà
del Quattrocento.
I
tre mazzi, oggi conservati uno a Milano alla Pinacoteca di Brera,
il secondo presso la Yale University a New Haven e il terzo diviso
tra l’Accademia Carrara di Bergamo e la Pierpont Morgan Library
di New York, sono riuniti per la prima volta e costituiscono quanto
si conserva di questa particolare produzione dell’arte ducale. Si
tratta di oggetti davvero straordinari che- come scrive la curatrice
della mostra, Sandrina Bandera, nel catalogo edito da Electa - "rimandandoci
all’otium e agli svaghi dei signori, offrono un vivace riflesso
del cerimoniale della corte, della moda delle vesti, delle pettinature,
degli arredi, delle dimore, dei serragli dei parchi, del contesto
cavalleresco ritagliato sul modello dei romanzi medievali di Artù,
di Lancillotto o di Tristano".
La
moda dei tarocchi
Eseguiti negli ultimi anni del ducato di Filippo Maria Visconti,
con il quale si spegne la dinastia, e nel periodo di dominio del
successore Francesco Sforza, in quanto consorte di Bianca Maria
- unica erede di Filippo Maria - i tarocchi destarono l’interesse
dei signori durante tutto il Quattrocento: Alfonso d’Este e Ludovico
il Moro, per esempio, alla fine del XV secolo si scambiarono lettere
in cui si fa esplicito riferimento alle carte da gioco; Galeazzo
Maria Sforza possedeva delle "carte sibilline" e il duca d’Orléans
aveva "un jeu de quartes serraisines unes quartes de Lombardie".
Doni speciali offerti dai duchi milanesi in occasione di visite
ufficiali o di matrimoni, i tarocchi erano comunque molto diffusi
a tutti i livelli sociali, come testimoniano le moltissime carte,
per lo più di fattura poco raffinata, conservate nei depositi del
Castello Sforzesco di Milano.
Un’ulteriore
prova della vasta diffusione - quasi una moda - del gioco dei tarocchi
nel corso del Quattrocento è la presenza abbondante, in testi manoscritti
di romanzi cavallereschi e in cicli di affreschi decorativi, di
scene raffiguranti nobili personaggi intenti al gioco delle carte
o della dama. L’immagine più nota, emblematica e grandiosa, anche
perché fu la prima a essere dipinta, campeggia su una parete della
cosiddetta "stanza dei giochi" di casa Borromeo a Milano Vi sono
raffigurati personaggi dalle espressioni pacate mentre giocano con
i tarocchi e indossano abiti sontuosi, originariamente decorati
con tratti d’oro.
Bonifacio
Bembo e i modelli di bottega
Queste
carte di rara bellezza furono realizzate adottando la stessa tecnica
pittorica utilizzata per i dipinti su tavola: fondo preparato con
gessatura - in questo caso, ovviamente, è molto sottile, essendo
il supporto un cartoncino ricurvo e pressato - colori diluiti a
tempera, oro e argento su preparazione a bolo.
Ma chi fu l’artefice di questi preziosi capolavori? L’attribuzione
al corpus del pittore cremonese Bonifacio Bembo (notizie
dal 1440 al 1480) si deve al grande critico Roberto Longhi, che
sostenne la sua attribuzione mediante numerosi confronti stilistici
con un folto gruppo di opere cremonesi, nelle quali si ripetono
continuamente molti motivi morfologici che lasciano intravedere
l’uso di una prassi di bottega ancora artigianale, basata sulla
routine, tipica della cultura tardogotica, di utilizzare anche a
distanza di anni gli stessi cartoni per realizzare varie opere di
destinazione sia cortese sia religiosa.
Del
resto, limitandosi all’ambito lombardo, già Giovannino de’ Grassi,
artista attivo per la Fabbrica del Duomo di Milano e fondatore della
cultura cortese tardogotica lombarda, teneva per sé e per la sua
bottega un album di disegni, il celebre Taccuino, ancora
oggi conservato nella Biblioteca Civica di Bergamo, nel quale sono
ben visibili i segni di una pratica e di un uso costanti.
Ma
cosa sono i tarocchi?
Secondo
la tradizione, un mazzo integrale di tarocchi è formato da settantotto
carte suddivise in due gruppi.
Il primo, formato da cinquantasei pezzi, comprende le carte dei
quattro semi (coppe, spade, bastoni e denari), quattordici per ognuno,
in cui ci sono carte senza figure (da uno a dieci) e carte con figure
(fante, cavallo, re e regina).
Il
secondo gruppo, invece, è costituito dai tarocchi detti, nella terminologia
antica, "trionfi". "La loro tradizione - spiega Sandrina Bandera
nell’introduzione del catalogo - si fonda su una filosofia di origine
medievale, alla quale si adatta anche il simbolismo delle loro immagini,
che fa ricorso tanto a tematiche tradizionali dall’iconografia ormai
codificata, come la serie delle virtù, quanto a figurazioni ancorate
nelle saghe popolari, che troveranno continuità e sviluppo anche
nella cultura umanistica, tra le quali la Fortuna, l’Amore, il Tempo
e la Melanconia".
Le
figurazioni di questo gruppo sono chiamate oggi anche "arcani maggiori"
e sono rappresentate da soggetti come il Bagatto, il Papa e la Papessa,
l’Imperatore e l’Imperatrice, la Ruota della Fortuna, il Sole e
la Luna, la Stella, il Carro, il Tempo, l’Amore, la Giustizia, il
Giudizio, la Morte, il Diavolo, la Temperanza, il Matto, il Mondo,
la Casa di Dio e l’Impiccato.
Da
punto di vista iconologico queste figurazioni derivano non tanto
dall’antichità classica romana, quanto dalla letteratura petrarchesca.
I soggetti di Amore, Morte, Fama, Castità, Tempo ed Eternità dei
versi di Francesco Petrarca, infatti, trovano esatte corrispondenze
nei tarocchi. Il "trionfo" petrarchesco della Fama, per esempio,
veniva rappresentato con le quattro carte delle virtù, in stretta
adesione al testo che descrive la Fama in loro compagnia. Il fatto
che i temi petrarcheschi nel Quattrocento fossero un riferimento
costante nella tradizione figurativa lombarda non deve sorprendere:
nel 1388 i Visconti erano entrati in possesso della collezione privata
dei libri del poeta e da allora si era diffusa una vera e propria
"moda petrarchesca" che aveva permeato sia la pittura - come testimonia
l’affresco raffigurante il Triumphum Cupidinis (1445) della
scuola di Michelino da Besozzo in Palazzo Borromeo a Milano - sia
la miniatura.
(Tutte
le immagini sono tratte dal catalogo della mostra edito da Electa)
(a
cura di Caterina Vagliani)

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