Ti trovi in:Sapere.it>Canale Geografia>Terre e popoli del Mondo
Homepage
 Sapere.it
Geografia
Terre e Popoli d'Asia
Terre e Popoli d'Asia

Terre e Popoli d'Asia

Cina

Introduzione

L’ambiente naturale

L’ambiente protetto

L’ambiente umano

Le città

La struttura economica

La struttura politica

La storia civile

La storia culturale

Tradizioni e costumi

  Introduzione

Forma di governo Repubblica popolare
Superficie 9 572 900 kmq
Popolazione 1 279 161 000 abitanti (stima 2002) esclusi Hong Kong e Macao 130 ab./kmq
Capitale Pechino
Divisione amministrativa 6 regioni
Unità monetaria Yuan renminbi
Lingua ufficiale Cinese
Membro di APEC, ONU e WTO

Clicca sulla cartina per l'ingrandimento
Pianeta Cina: è la definizione sempre più frequente e appropriata per uno Stato dalle dimensioni davvero planetarie, con un territorio sterminato (di estensione inferiore solo alla Russia e, di pochissimo, al Canada), un quinto dell'intera popolazione mondiale e una dotazione di risorse che solo sul finire del XX secolo si è andata rivelando in tutta la sua potenzialità, di gran lunga la più completa e in alcuni settori, anche strategici, la prima in assoluto.
Un formidabile quadro geografico, che va dalle massime vette montuose del Himalaya e dal grandioso altopiano del Tibet alle fertili pianure costiere, dagli aridi deserti alle valli fluviali ricchissime di acque, passando per distese collinari dalla natura geologica fragile, su cui l'uomo ha saputo costruire, con pazienti e mirabili opere di terrazzamento, spazi agricoli essenziali per la sua sopravvivenza.
E un quadro storico non meno profondo e straordinario, solo a partire da quella civiltà che, nel III millennio a.C., introdusse l'uso della scrittura, elaborando testi e documenti tramandati fino ai nostri giorni. Come pure intatta, per larga parte, è giunta a noi la testimonianza concreta di quelle straordinarie capacità organizzative che, oltre 2000 anni or sono, permisero al Celeste Impero di difendere il proprio territorio dalle invasioni barbariche edificando, in un tempo stupefacente per la sua brevità, 6500 km di poderosa muraglia, formidabile opera di ingegneria e architettura oggetto, tuttora, di incredula ammirazione.
Ma, risalendo molto più indietro, la Cina custodisce addirittura le prime tracce della presenza umana sulla Terra, quando, in tempi di interesse paleontologico, il Sinanthropus Pechinensis, pur privo della parola e incerto nella stazione eretta, conosceva già l'uso del fuoco e di rudimentali utensili in pietra.
Un mondo rimasto a lungo chiuso in se stesso, nella successione di dinastie più o meno sensibili al governo del territorio e delle sue risorse, all'arte e alla cultura, ai rapporti con "mondi" esterni, in primo luogo con quello europeo, materializzati dal celebre viaggio di Marco Polo e poi scanditi da vicende geopolitiche alterne, fino all'epoca contemporanea. La Cina fisica e storica, con la sua infinita gamma di paesaggi e di tradizioni, sarà oggetto dell'accurata, minuziosa trattazione che seguirà, cercando di analizzarne ogni aspetto significativo: ma è proprio la Cina contemporanea, quella della Rivoluzione culturale e della restaurazione, fino al "socialismo di mercato", che più interessa nella prospettiva del futuro millennio.
Punto di partenza è la proclamazione della Repubblica Popolare, comunista, in un Paese completamente dissestato da mezzo secolo di guerre e rivoluzioni, brulicante di una popolazione affamata, eppure attratto, inizialmente, dall'urbanesimo e dall'industria pesante, teso più ad emulare il grande vicino, l'Unione Sovietica, che a competere con il mondo occidentale, ivi compreso il dirimpettaio Giappone, nemico di sempre, riemergente dal disastro della seconda guerra mondiale.
La riorganizzazione del sistema statale fu rapida quanto incisiva, nel settore finanziario come in quelli produttivo e commerciale. Tuttavia, emergeva ben presto l'inadeguatezza del modello sovietico rispetto alla cultura e, ancor più, alle condizioni geografiche della Cina, alla crescente pressione demografica, al divario fra città e campagna: e iniziava, alla fine degli anni Cinquanta, il "grande balzo in avanti", slogan con il quale è stata definita la nuova strategia di sviluppo, dal forte contenuto ideologico, che mirava a utilizzare proprio la grande disponibilità di manodopera agricola come fattore di crescita.
L'attenzione si rivolge dunque alle aree rurali, dove l'espropriazione del latifondo aveva dato origine a una miriade di piccole aziende cooperative, dalla dimensione tuttavia insufficiente a garantirne la produttività. Compare così sulla scena, sotto la spinta del pensiero maoista, un nuova unità di programmazione territoriale che dovrà rivelarsi decisiva per creare, nel Paese, i presupposti del successivo decollo: la comune del popolo, sorta di microcosmo economico e amministrativo in cui produzione agricola, piccola industria, servizi commerciali e sociali si fondono in una esperienza del tutto nuova.
Si pianificano le quote di produzione destinate al sostentamento delle città, alla copertura delle spese e alla capitalizzazione del sistema centrale. Le aree rurali sembrano, dunque, prendere il sopravvento su quelle urbane e, secondo molti, la Cina regredisce verso un ugualitarismo di massa addirittura opposto ai conclamati obiettivi di sviluppo. Sta di fatto, però, che nella prima metà degli anni Sessanta viene conseguita, per la prima volta, l'autosufficienza alimentare.
Il fondamentale miglioramento delle condizioni di vita, tuttavia, abbattendo drasticamente il tasso di mortalità (più che dimezzato in quindici anni), determina la vera esplosione "a fungo" della popolazione cinese, il cui tasso di crescita si raddoppia, sfiorando il 3% annuo e rischiando di compromettere l'equilibrio faticosamente raggiunto. In piena "rivoluzione culturale", il governo interviene allora sulle nascite, estendendone il rigido controllo, già attuato nelle città, anche alle campagne, dove vengono "deportati" a lavorare nelle comuni studenti, intellettuali, tecnici, burocrati, quasi ad accentuare il carattere antiurbano delle politiche di sviluppo.
Sul finire degli anni Settanta si delinea, viceversa, una nuova strategia, questa volta improntata alla modernizzazione: della stessa agricoltura e nuovamente dell'industria; ancora, del fondamentale strumento di potere e di controllo rappresentato dall'esercito; ma soprattutto, come aspetto innovativo e strategico, della ricerca scientifica e tecnologica. Ne prende impulso l'urbanizzazione, che ­ pur tendendo il calcolo dei relativi tassi a sopravvalutare la componente rurale ­ balza da poco più del 15% a quasi il 30% della popolazione complessiva.
Ad essa sembra connettersi l'industrializzazione, i cui dati rimangono peraltro ignoti al mondo occidentale e vengono riportati solo in percentuali (e non in valori assoluti di produzione!) persino negli annuari statistici interni. Forse, questo "oscuramento" ha comportato interpretazioni poco esatte, anche per l'enfasi data ai successi del settore agricolo. È certo che la produzione siderurgica fosse insufficiente ancora negli anni Ottanta, costringendo a importazioni dal Giappone, e tuttavia probabilmente sottostimata: l'incidenza delle industrie "leggere" si riduceva, in ogni caso, evidenziando una maggiore crescita relativa dei settori di base, mentre le lavorazioni tradizionali, specie di tessuti e ceramiche, non avevano mai cessato di rappresentare una voce di esportazione fondamentale per l'acquisizione di valute pregiate.
La "porta" commerciale e finanziaria della Cina era ancora rappresentata, ufficialmente, da Hong Kong (e in misura minore da Macao), ma emergeva sempre più forte la necessità di aprire il Paese all'esterno, per evitare quei rischi di implosione del sistema economico che l'Unione Sovietica avrebbe, di lì a poco, drammaticamente sperimentato. A ciò tendeva l'istituzione delle "zone economiche speciali", distribuite lungo il bordo costiero, aree franche in cui produzione e scambi commerciali si integravano, sostenuti dallo sviluppo delle infrastrutture portuali e, in particolare, dei terminali per la movimentazione di containers. Si accentuava, parimenti, l'impulso dato ai comparti industriali ad alta tecnologia, localizzati anch'essi in apposite zone di sviluppo: una sfida competitiva che nessuno, forse, avrebbe prima ipotizzato.
Un ruolo importante nella trasformazione del modello cinese verso il "socialismo di mercato" spetta certamente alle aree metropolitane. La città cinese si era presentata, alla rivoluzione comunista, con i suoi caratteri arcaici, legati al potere imperiale, religioso e, in parte, economico: ne derivava una marcata specializzazione dei quartieri, su cui si innestava la pianificazione socialista inizialmente ispirata alle grandi agglomerazioni urbano-industriali di stampo sovietico. L'avvento dell'ideologia maoista, peraltro, tendeva ad uniformare il paesaggio urbano, sotto il profilo sia formale che funzionale. Si riproducevano, nella città, quei complessi integrati che, nelle campagne, erano rappresentati dalle comuni del popolo, con la costruzione di blocchi immobiliari corrispondenti a "unità di lavoro" e comprendenti fabbriche o uffici insieme alle residenze degli addetti. In altre parole, le funzioni produttive venivano "spalmate" nell'intera area urbana, secondo quei principi di ugualitarismo che assorbivano in pieno l'organizzazione del territorio.
Con l'avvento delle riforme, tuttavia, la struttura delle grandi città subiva trasformazioni profonde, ancora più rapide della stessa crescita demografica: tornavano in auge gli schemi direttori, tendenti a restituire identità e obiettivi allo sviluppo urbano mediante la creazione di nuovi quartieri funzionali e "città satelliti", mentre si allentava la pressione sui centri storici, in precedenza ­ e soprattutto nella capitale ­ caricati di un forte ruolo politico. Veniva privilegiato, insomma, il ruolo di propulsione economica delle aree metropolitane, della stessa Pechino come, ed ancor più, di Shanghai, il maggiore scalo portuale, e, con il riassorbimento di Hong Kong e Macao, di quella che può ormai definirsi la "megalopoli" meridionale, sul delta del Fiume delle Perle, con vertice in Canton, estesa per circa 40 000 kmq e popolata da ben 25 milioni di abitanti.
Anche il rapporto con la campagna è sostanzialmente mutato: qui l'agricoltura si è liberalizzata, il sistema della responsabilità familiare sulla produzione ha dato grandi risultati, sia individuali sia complessivi, pur restando in comune i mezzi tecnici, attraverso la struttura sociale dei villaggi. Lo spazio rurale tende a divenire periurbano, mentre riemergono i divari che la politica maoista aveva cercato di reprimere o, se non altro, di mascherare: il reddito pro capite, nelle campagne, non raggiunge un terzo di quello urbano e cresce secondo un tasso inferiore alla metà, nonostante le straordinarie performances dell'intero Paese, che, sul finire del XX secolo, ha fatto registrare un'impennata del PIL pari al 10% medio annuo. Un valore quasi incredibile, ancor più se proiettato su una popolazione di 1 250 000 000 di abitanti che, ai ritmi attuali (pur rallentati), si raddoppierebbe entro il 2070.
È per questo motivo che il mondo guarda alla Cina come a un serbatoio potenziale di materie prime, di forza lavoro, di produzione e di consumi davvero straordinario, tale da poter sostenere il trend di sviluppo dell'economia globale, anche in settori da cui l'immenso Paese è rimasto a lungo escluso: il turismo, in particolare, dove si stima che, già dal 2020, potrà divenire una delle prime cinque aree per l'emissione e la prima in assoluto per la destinazione dei flussi internazionali.
Uno sviluppo, certamente, non privo di contraddizioni e di rischi: la convivenza, finora ibrida, di statalismo e capitalismo porta all'accentuazione degli squilibri sociali, da un lato, e territoriali, dall'altro. L'apertura di "fronti pionieri" nelle immense regioni dell'Ovest, se risponde all'esigenza di ampliare gli spazi agricoli e di connettere il sistema di utilizzazione delle risorse minerarie, sottintende obiettivi di controllo delle minoranze etniche, la cui esiguità non esclude la rilevanza del problema: emblematici i casi del Sinkiang Uighur (Xinjiang Uygur) e del Tibet, oggetto, specie il secondo, di un processo di assimilazione culturale del tutto stravolgente. Ancora, le grandi opere di trasformazione, come il progetto (poi momentaneamente, e fortunatamente, abbandonato per l'enormità dell'impegno finanziario) di sbarramento del Chang Jiang (Fiume Azzurro), il cui impatto ambientale è apparso, all'esterno, davvero terrificante.
Il normalizzarsi dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti, simbolo e guida dell'Occidente e, molto più, l'emergere di un atteggiamento costruttivo nelle sedi deputate alle grandi scelte della politica internazionale, se non possono far dimenticare gli ancora recenti e drammatici episodi di repressione interna o le tensioni su Taiwan, come pure l'incertezza delle relazioni con la Russia (che finora vi ha esportato soprattutto materiale bellico), lasciano comunque guardare con ottimismo al futuro del "Pianeta Cina": un futuro che, dall'isolamento del lontano Celeste Impero, è arrivato a coinvolgere le intere sorti del sistema mondiale, nello scenario degli anni Duemila.




Enciclopedia generale
Atlante storico
Atlante geografico