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Hong Kong: la seconda Cina
A Hong Kong (più correttamente, Xianggang, in cinese) nessuno chiede a uno straniero se la città gli piace: non glielo si chiede né la prima volta né mai. La domanda infatti non avrebbe senso: la città non vuole piacere. Le descrizioni romantiche di Hong Kong sono tutte opera di Europei per altri Europei. La gente di Hong Kong non le capisce, proprio come le è estraneo il senso del drammatico; qui conta solo il senso degli affari, perché Hong Kong vive di affari, fin da quando gli Inglesi fecero il primo affare, nel 1841, allorché presero quest'isola spoglia, sulla quale si trovava solo qualche casa. Gli affari andarono subito bene. Nei successivi sessant'anni la Gran Bretagna ingrandì in qualche modo le sue proprietà dinanzi alle coste cinesi, dapprima di quasi 100 kmq prendendosi la penisola di Kowloon e affittando in seguito altri 1000 kmq, i cosiddetti New Territories (Nuovi Territori), nell'entroterra di Kowloon; è questo il contratto d'affitto scaduto il 30 giugno 1997, a seguito del quale Hong Kong è tornata alla Repubblica Popolare Cinese.
La città è la capitale degli affari della Cina, ma è un terziario non solo di servizi (per questo il paragone con Milano e l'Italia non regge) ma soprattutto di commercio. C'è necessità di spazi per uffici, banche, centri commerciali, ma da tempo non esistono più aree edificabili sull'isola di Hong Kong e su Kowloon. Queste aree vengono quindi create abbattendo edifici vecchi e costruendovi case ancora più alte e così la fisionomia della città è in perenne trasformazione; rimane invece immutabile il boom degli affari. Da tempo si dice scherzando ma nessuno contesta la validità dell'affermazione che i più potenti qui siano il Royal Hong Kong Jockey Club, il gruppo Jardine, Metheson & Co., la Hong Kong and Shanghai Bank e il denaro.
Con il passaggio alla Cina, Hong Kong è una delle zone economiche speciali, dove la prima si è impegnata a lasciare immutato il sistema economico e sociale della ex colonia britannica, fondamentalmente di capitalismo sfrenato, e nessuno dubita che la Cina rispetterà questo patto: Hong Kong è utile a tutti!
Così gli affari, che andavano bene, vanno benissimo. Si iniziò con l'oppio per la Cina, e con quel traffico gli Inglesi fecero i primi guadagni sull'isola; si continuò con traffici leciti e meno leciti, fra spie, sovversivi e prostitute. Nel 1950 un embargo delle Nazioni Unite colpì il commercio con la Cina, già comunista pur se non ancora compiutamente maoista. Allora Hong Kong si adeguò e passò dal commercio alla produzione. Tra migliaia di profughi cinesi si trovò manodopera a basso costo e da allora Hong Kong produce originali o copie di prodotti in fabbriche e in officine situate dove capita, anche all'aperto o nei cortili delle abitazioni. Ma commercia anche a livello internazionale e difatti Hong Kong è soprattutto il paradiso delle banche.
Qualche anno fa, quando non era ancora cinese, la Bank of China si è fatta costruire un grattacielo di 71 piani, alto 315 metri, l'edificio più alto del mondo al di fuori degli Stati Uniti, che è diventato il simbolo di una Cina moderna e ricca! Le operazioni bancarie principali consistono nella concessione di finanziamenti per il commercio estero, nel leasing e nel commercio con opzioni in valuta. I tessuti, i mobili e gli apparecchi elettronici prodotti industrialmente in circa 50 000 aziende sono destinati per il 90% all'esportazione, soprattutto verso gli Stati Uniti e i Paesi UE. Tutto il mondo oggi conosce Hong Kong quale paradiso commerciale: sembra un supermercato di dimensioni gigantesche a orario continuato. Si vende proprio di tutto: dagli orologi più esclusivi, a scelta originali o contraffatti, alle camicie e ai pullover con il marchio famoso vero o falso che sia e poi valigie, scarpe, accendini e articoli di lusso.
Si possono comperare oggetti originali, firmati, a prezzi abbastanza elevati (ma sempre meno alti che in Europa) e gli stessi articoli contraffatti a un prezzo eccezionalmente più basso rispetto a quello degli originali. Sono in vendita in gran quantità gioielli, macchine fotografiche, computer e prodotti elettronici: si trovano sempre le versioni più recenti, quelle del futuro.
Eppure a Hong Kong nulla viene regalato; i prezzi stracciati appartengono ormai al passato. L'inflazione e le speculazioni sui terreni edificabili hanno fatto lievitare gli affitti dei negozi e quindi i prezzi. Piccoli negozi sono stati costretti a cedere il posto a grossi centri commerciali.
Lungo le arterie principali del Central District sull'isola di Hong Kong si trovano i negozi più costosi, mentre a Kowloon, proprio di fronte, vi sono quelli a buon mercato. Questa almeno è la norma, non senza eccezioni, s'intende.
A Kowloon la Nathan Road, o il "miglio d'oro" come viene chiamata, è per esempio piuttosto cara; invece Wanchai, sull'isola, è una zona dai prezzi buoni. Per non parlare dei mercati: il "mercato della notte" nella Temple street (a Kowloon) e lo Stanley's nella parte meridionale dell'isola. Qui oltre alle cianfrusaglie e se ne trovano tante si vende anche tutto quello che nei negozi costa il doppio e il venditore non di rado è proprio la stessa persona, tanto per non lasciarsi sfuggire nessun tipo di acquirente!
Ed è così che il turista riparte soddisfatto, convinto che Hong Kong sia una città un po' vera e un po' falsa, un groviglio inestricabile di luoghi comuni e di letteratura, dove certe volte s'incontrano finzione e realtà.
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