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La via della seta
Mercanti e pellegrini  
Storia di una via  
Mercanti e pellegrini
Nei luoghi di scambio
Due imperi a confronto
La cosmopolita capitale dei Tang
Merci di scambio
L’espansione del buddhismo in Asia
Monaci cinesi sui passi del Buddha
Da oriente a occidente  
Passaggio a nord-ovest  
Le ultime carovane  
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La cosmopolita capitale dei Tang

Chang’an fu una delle piú grandi capitali del mondo, vero e proprio centro di irradiamento della cultura intellettuale e materiale cinese in ogni parte dell’Asia. Basti pensare che la città giapponese di Nara fu modellata sull’impianto urbano di Chang’an, nel quale si riflettevano le concezioni classiche della urbanistica cinese: pianta quadrata e sistema viario a scacchiera, con le zone mercantili, residenziali, religiose e ufficiali ben delineate e separate tra loro. Ma Chang’an fu a sua volta polo di attrazione e di distribuzione in tutto il mondo cinese e nelle sue periferie di culture e prodotti stranieri, cui mai come in quel periodo la Cina si dimostrò aperta. Giungevano a Chang’an ambasciatori sassanidi e bizantini; c’erano a Chang’an e nelle provincie del Gansu, Shaanxi e Henan, oltre che in quella meridionale del Guangdong (dove si trova la città di Canton), colonie di Turchi e di Tibetani, di Coreani e di gente proveniente dalle oasi del Tarim, di Arabi e di Iraniani, di Indiani e di Singalesi: «gente di colore», come li chiamavano i Cinesi, dedita al commercio di schiavi, di animali esotici (elefanti e rinoceronti dall’Oceano Indiano, per esempio) o di cavalli; all’importazione di spezie, droghe e pietre preziose dall’Indonesia e dall’India, e di tessuti e oggetti preziosi da tutto l’Occidente, per mare e per terra. In cambio, lungo le vie di terra, la Cina offriva i prodotti che l’avevano resa celebre: seta o carta, che gli Arabi conobbero nell’VIII secolo dai Cinesi in Asia Centrale ed esportarono poi nel Mediterraneo.

Nella Cina dei Tang ciò che veniva dall’Occidente era segno di esotismo, come l’arte di questo periodo ampiamente ci testimonia. Soprattutto le figurine funerarie in terracotta smaltata che accompagnavano i defunti nell’aldilà rendono visibile, a secoli di distanza, il cosmopolitismo della società Tang: tra questi reperti abbondano infatti immagini di mercanti stranieri, cammelli con i loro preziosi carichi, nobili cavalli di razza, figurine di suonatori e danzatrici provenienti dall’Asia Centrale. I racconti Tang dell’epoca sono popolati da personaggi stranieri curiosi e intenti alle piú disparate attività, come il mercante persiano che è anche alchimista e mago. Tali personaggi si trovavano realmente nei mercati di Chang’an: i Persiani in particolare avevano fama di buoni medici e di conoscitori delle erbe medicinali. Le nobildonne cinesi vestivano abiti realizzati con stoffe di fabbricazione persiana o indiana; erano impegnate nel gioco del polo, di origine centroasiatica, o danzavano e suonavano seguendo i ritmi e le melodie dell’Asia Centrale e dell’India eseguiti su strumenti persiani. Le case dell’aristocrazia abbondavano di oggetti prodotti in materiali «esotici» come il vetro, mentre le coppe, i vassoi, i bacili, i piatti erano spesso realizzati in argento dorato da abili artigiani cinesi che si ispiravano a forme e motivi decorativi di lontana origine.

I visitatori stranieri erano cosí numerosi che a Chang’an esistevano interi quartieri dove essi potevano risiedere e liberamente professare il proprio credo nei luoghi di culto delle rispettive fedi: manichea, zoroastriana, nestoriana e buddhista. Di quest’ultima rimangono ancora oggi importanti testimonianze costituite, tra le altre, dalle pagode in mattoni dette della «Grande» e «Piccola Anatra Selvatica», nome dalle oscure origini e forse connesso a qualche leggenda. La prima delle due pagode, che si trova all’interno di un tempio situato 4 km a sud delle mura cittadine dell’odierna Xi’an, venne costruita intorno al 650 d.C. per ospitarvi le sacre scritture buddhiste, che il monaco Xuan Zang aveva riportato dall’India affrontando un viaggio durato quindici anni lungo i tracciati della via della seta. Anche la pagoda della Piccola Anatra Selvatica, che si trova all’interno del tempio Jianfu, venne edificata agli inizi dell’VIII secolo per assolvere la stessa funzione di luogo ove conservare i sacri testi buddhisti, questa volta portati in Cina dal monaco Yi Jing, il primo a effettuare il viaggio verso l’India, tra il 671 e il 695, via mare.

Era nei numerosi mercati di Chang’an che i mercanti e i trasportatori d’Occidente preparavano i loro carichi di balle e rotoli di seta, prima di intraprendere il lungo viaggio verso le lontane destinazioni. I mercanti erano quasi tutti stranieri, generalmente provenienti dalla Sogdiana o dalle numerose oasi situate nel bacino del Tarim: nonostante una naturale propensione al commercio, i mercanti cinesi non amavano affatto lasciare la propria patria. Il tratto fra la frontiera cinese e la catena montuosa del Pamir era controllato dai mercanti dell’Asia Centrale e della Battriana, le cui carovane erano composte da animali da sella e da soma: cavalli, asini, muli, buoi, e i famosi cammelli a due gobbe della Battriana, capaci di portare carichi pesanti, abituati sí al freddo del deserto, ma poco adatti ai terreni non sabbiosi.



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