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Da oriente a occidente
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| La provincia del Gansu |
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La provincia del Gansu
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Le carovane dunque si lasciavano alle spalle i terreni loessici lavorati dall’uomo nel Gansu orientale per giungere alla città di Lanzhou. Nelle vicinanze della città si trova uno dei tanti complessi rupestri buddhisti in roccia che si trovano disseminati lungo le rotte carovaniere della via della seta: si tratta di Binglingsi, oggi raggiungibile soltanto per via fluviale attraverso un affascinante percorso che si snoda all’interno di gole scavate dall’acqua nelle formazioni calcaree. Il breve viaggio lungo il corso d’acqua termina in prossimità di una parete verticale di roccia nella quale anonimi monaci e artisti scolpirono, a partire dal V secolo, periodo dei Wei Settentrionali (386-535 d.C.), una serie di sculture celebranti il Buddha e la sua dottrina. Il sito è dominato da una grande statua di Buddha assiso, alta 27 m, realizzata in epoca Tang, periodo al quale risale la maggior parte delle pitture e sculture di Binglingsi. Lasciata Lanzhou, ultima grande città sita lungo le sponde del Fiume Giallo, le carovane procedevano in un territorio sempre piú spoglio di vegetazione, tra le pendici sempre piú denudate dei rilievi che cingono ai lati il cosiddetto «corridoio di Hexi», nel Gansu occidentale. Si tratta di un passaggio naturale lungo circa 500 km che, seguendo le vallate di alcuni fiumi, conduce dal bacino del Fiume Giallo al margine occidentale del deserto del Gobi e che, nei secoli, ha costituito la naturale via di comunicazione tra la Cina interna e l’Asia Centrale.
A sud del corridoio di Hexi si trova l’altopiano tibetano del Qinghai, oggi provincia cinese, mentre a nord una serie di alture lo separa dal grande deserto settentrionale del Gobi, nella Mongolia. A mano a mano che si procede lungo questo percorso, le piogge diventano sempre piú rade, il paesaggio si fa piú spoglio: le colture si limitano ai fondovalle, mentre la pastorizia nomade occupa i pendii dei rilievi. Si delinea insomma fin dal Gansu il paesaggio aspro della via della seta, segnato dalle catene montuose ai piedi delle quali si snodano i percorsi carovanieri, dal confine cinese fino all’orlo dell’altopiano iranico: montagne spoglie, spesso nevose; fondovalle interrotti da oasi; deserti di sabbia e di pietra, laghi salati, fiumi che si perdono, evaporando, in mezzo alle sabbie. Il Gansu, regione a economia mista e Paese di agricoltori e pastori seminomadi, venne occupato militarmente dai Cinesi a partire dal 117 a.C., quando vi furono impiantati una serie di avamposti militari Han – Ganzhou, Suzhou, Yumen – divenuti col tempo tappe obbligate nel cammino delle carovane. Il Gansu era il produttore di un particolare articolo di esportazione, la radice di rabarbaro, con molti utilizzi in campo medico ma anche deperibile e quindi molto costosa. Il rabarbaro costituiva per il Gansu, regione altrimenti povera e poco produttiva, una importante fonte di sostentamento, in quanto la merce veniva con regolarità inclusa nei carichi diretti a Occidente.
Il commercio con l’Asia Centrale era vitale per la poco popolosa regione del Gansu: nelle poche città si incontravano i mercanti provenienti da Occidente, che vi organizzarono i loro culti. La protezione dalle incursioni dei cavalieri nomadi era garantita da una serie di fortificazioni e linee difensive costruite durante il periodo degli Stati Combattenti (475-221 a.C.) dagli Stati cinesi del Nord e disposti lungo le alture a settentrione del corridoio di Hexi. Questa «militarizzazione» del territorio si spiega con il fatto che questi centri carovanieri, come quelli dell’Asia Centrale, nacquero prima di tutto come colonie militari, create per il popolamento del Gansu, semivuota zona di frontiera collocata, a mo’ di spartiacque, tra il mondo degli agricoltori sedentari del bacino del Fiume Giallo e quello dei nomadi delle steppe. All’estremo opposto del corridoio del Gansu si trovava uno degli ultimi avamposti cinesi di frontiera: Jiayuguan, il «Passo Jiayu», dove, durante l’epoca Ming (1368-1644), terminava la Grande Muraglia, la cui estremità occidentale era segnata dalla impressionante fortezza, in solida terra battuta e legno, che domina incontrastata il semidesertico paesaggio nei pressi di Jiayuguan. Il forte, che tale era, aveva funzione di dogana, entro cui dovevano transitare tutti coloro che entravano e uscivano dalla Cina. Protetto da mura alte 10 metri, il forte si è meritato l’appellativo di «imprendibile passo sotto il cielo». Ciascun angolo è provvisto di una torre di guardia, mentre i monumentali ingressi sono sovrastati da punti di avvistamento che toccano i 17 metri di altezza. All’interno del forte si trovano tre edifici costruiti per ospitare le truppe qui stanziate: uno di essi è un palcoscenico sul quale, per la gioia dei militari, si esibivano compagnie di artisti itineranti.
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