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Da oriente a occidente
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Loulan e le sue antiche «mummie»
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Delle due rotte carovaniere che si dipartivano da Dunhuang, quella meridionale – aperta dal generale Ban Zhao durante le sue conquiste in epoca Han – attraversa in direzione ovest il deserto del Lopnor, la depressione lacustre in cui scolano le acque del fiume Tarim provenienti dal Tianshan, dal Pamir e dal Kunlun attraverso la depressione desertica del Taklamakan. Il Lopnor, oggi semiprosciugato, è un lago errante, poiché gli accumuli alluvionali e i forti venti ne hanno mutato frequentemente la posizione e i contorni. Marco Polo, che percorse il deserto che separa il Lopnor da Dunhuang, ne lasciò una descrizione che coincide con quella dei viaggiatori di ogni epoca: «Una pianura di sabbia circondata da sterili montagne, senza animali né uccelli, che i cammelli attraversano nel tempo massimo di un mese. L’acqua è fornita quotidianamente da pozzi; ma gli spiriti creano pericolosissime illusioni allo sguardo e all’udito». È, quest’ultima, una chiara allusione al fenomeno del miraggio che le popolazioni locali credevano prodotto dalla malefica azione di spiriti malevoli.
Presso la distesa salmastra del Lopnor sorgeva anticamente l’oasi di Loulan, abbandonata nel 400 d.C. forse a causa di un aumento della siccità. Fra le rovine di Loulan, a testimonianza dei traffici che vi si svolgevano, gli archeologi hanno trovato numerosi frammenti di sete e altri tessuti, di produzione sia cinese che occidentale. Ma sono i ritrovamenti occorsi nei dintorni dell’oasi di Loulan in tempi molto recenti ad aver suscitato sensazione in tutto il mondo. Il clima secco e arido di queste regioni favorisce la preservazione di manufatti organici che andrebbero altrimenti perduti in circostanze climatiche diverse: ecco perché dalle sepolture Han, distanti da noi secoli e secoli, ci sono pervenuti numerosi frammenti di sete e altri tessuti, cosí come i resti lignei delle abitazioni dell’epoca. Ugual sorte è toccata anche agli esseri umani: e infatti il deserto intorno a Loulan ha restituito i corpi essiccati di individui non solo risalenti alle epoche Han e Tang, ma addirittura a periodi molto piú antichi. Le datazioni al radiocarbonio di una serie di «mummie», come vengono chiamate, di Loulan, ha fornito risultati sorprendenti: esse risalirebbero infatti a circa il 4.000-2.000 a.C., all’epoca dunque del Neolitico e della età cinese del Bronzo.
Lo stato di conservazione di queste «mummie naturali» è sorprendente, come nel caso dell’uomo, di circa 55 anni, rinvenuto a Zaghunluq, presso Niya, perfettamente intatto e con indosso gli abiti originari e gli stivali in pelle di cervo, simili a quelli ancora oggi utilizzati dalle popolazioni che vivono nell’area interessata dai ritrovamenti. Ma ancora piú sorprendenti sono i risultati delle analisi condotte sul DNA di queste «mummie». Il loro aspetto fisico, conservatosi intatto nei millenni, sembra suggerire che questi individui non fossero di ceppo asiatico ma europoide: le analisi del DNA hanno confermato queste prime impressioni, rivelando che questi individui appartenevano a una delle nove famiglie alle quali è riconducibile la popolazione europea. L’applicazione della «archeologia molecolare» ha quindi fornito la piú diretta evidenza di antichissime migrazioni di gruppi umani da un capo all’altro del continente euroasiatico, spostamenti avvenuti, verosimilmente, lungo i tracciati carovanieri che oggi indichiamo con il nome di «via della seta».
Dal Lopnor, l’itinerario meridionale proseguiva attraverso le oasi di Ruoqiang, Qiemo, Khotan (Hetian, in cinese), Yarkand, per raggiungere Kashgar, posta all’estremità occidentale del deserto del Taklamakan, ai piedi del Pamir. Il paesaggio compreso tra il Lopnor e Khotan è uno dei piú inospitali che si possano immaginare. Il pellegrino cinese Xuanzang lo percorse nel 645 d.C. durante il suo ritorno dall’India, e cosí ce lo descrive: «Un grande deserto di sabbie mobili. Le masse di sabbia hanno una mostruosa estensione: secondo il capriccio del vento si riuniscono e si separano. I viaggiatori non trovano tracce umane, e molti di loro si perdono. Da ogni parte il deserto si estende fino all’orizzonte, e nessuno sa da che parte deve dirigersi. I viandanti ammucchiano perciò, per indicare il cammino, ossa di animali. Non si trova né acqua né vegetazione, e spesso soffiano venti infuocati. Quando i venti si scatenano, uomini e animali cadono nello spossamento e nella malattia. Talvolta si odono ora canti e fischi, ora grida di dolore; ma quando ci si ferma ad ascoltare attentamente, si rimane confusi, e incapaci di muoversi. In seguito a ciò, spesso i viaggiatori perdono la vita. Queste illusioni sono opera di demoni...». Una descrizione dei miraggi e delle temibili tempeste, che anticipa di qualche secolo i resoconti di Marco Polo e di Von le Coq.
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