Le Laudi (il titolo completo apparso per la prima volta sulla Nuova Antologia è Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi), sono una raccolta di poesia, tra le più alte espressioni poetiche di Gabriele D’Annunzio. L’opera, che avrebbe dovuto comprendere 7 libri, come le Pleiadi, è composta invece di 5 libri. L’ultimo Asterope fu aggiunto alla raccolta nel 1916 e non è accorpato ai precedenti se non editorialmente, per cui i libri che compongono un insieme unitario sono Maia (I libro, 1903), resoconto poetico del viaggio compiuto in Grecia nel 1895, pervaso di naturalismo pagano; Elettra (II libro, 1903), “prima genitrice degli eroi”, di cui è soprattutto significativa la parte che celebra le “Città del silenzio”, quelle cioè che custodiscono le rovine di un passato celebre come Pisa, Ferrara e Ravenna; Alcyone (III libro, 1903), il risultato più alto e duraturo delle Laudi, e Merope (IV libro, 1912), la Pleiade oscura come il fato in guerra, dedicato appunto all’impresa di Libia. Alcyone, strutturato come un diario di una vacanza estiva in Versilia, è il canto dell’estate piena, dell’opulenza e dei colori, composto abbandonandosi alla dirompente esplosione dei sensi e alla libera immaginazione, capaci di trasfigurare in mito ed epifania ogni aspetto della natura, con cui l’autore si sente profondamente in comunione. Del Decadentismo europeo, infatti, D’Annunzio assorbe le istanze irrazionalistiche ed estetizzanti. Senso, istinto e sensualità (“Volontà, Voluttà, Orgoglio, Istinto, quadriga imperiale” le definisce l’autore nelle ultime pagine di Maia) diventano nella sua opera “strumenti” attraverso i quali cogliere il significato nascosto delle cose e tutta la sua poetica si contraddistingue per l’altissimo livello di purezza stilistica e per la ricerca di totale comunione tra le forze della vita e della natura. Questo tratto peculiare della sua opera è definito “panismo dannunziano”, da Pan, il demone greco della fertilità che rappresenta l’appartenenza dell’uomo al potere oscuro e istintivo della natura e trova in Alcyone la sua più alta espressione. Qui il poeta rivive in sé le molteplici forme di ciò che lo circonda: il suo io si dissolve negli alberi, si confonde con l’acqua, mentre la sua parola diventa leggera, si trasforma in suono, in musica in grado di riprodurre i rumori della natura, e crea rarefatte immagini sensuali e suggestive che nel loro insieme costituiscono il più grande contributo dannunziano alla poesia decadente.