I Canti, le cui due edizioni (Firenze, 1831 e Napoli, 1835) furono curate direttamente dall'autore, comprendono tutta la produzione poetica di Leopardi, che scelse personalmente il titolo e stabilì la distribuzione dei componimenti. La raccolta, cui più tardi furono aggiunte Il tramonto della luna e La ginestra composte nel 1836, testimonia il percorso del poeta sia dal punto di vista lirico, sia da quello stilistico e linguistico. Rifacendosi alla tradizione classicista, Leopardi utilizza il linguaggio tipico della produzione poetica italiana, lontano dal gusto dei romantici, ma lo arricchisce di nuovi significati e contenuti, mediante l'utilizzo di strutture metriche (soprattutto gli endecasillabi sciolti), che egli utilizzerà in forme sempre più libere da schemi rigidi e regolari. Dal punto di vista dei contenuti Leopardi accoglie la proposta lirica del Romanticismo: la poesia non più intesa come imitazione, ma come canto, non più descrizione di belle forme, ma espressione dei sentimenti e dei moti dell'animo. Le liriche raccolte nei Canti possono essere suddivise in fasi temporali che corrispondono a momenti diversi della vita dell’autore e della sua elaborazione poetica e filosofica. Dopo un’iniziale produzione di canzoni di contenuto patriottico e filosofico, alla fase immediatamente successiva appartengono le poesie che Leopardi stesso chiamò Idilli, a indicarne l'ispirazione agreste e pastorale, arricchita però di contenuti autobiografici e speculativi e pervasa dalla dolente visione dell’umana limitatezza. I Grandi idilli (composti tra il 1828 e il 1830), tra cui spicca una delle liriche più note, A Silvia, rivelano una maggiore complessità tematica e strutturale e una ancor più disincantata e tragica concezione dell'esistenza, oltre a introdurre il tema della memoria, come filo conduttore dell'immaginazione e del sentimento. Alla fase successiva appartengono le poesie del cosiddetto Ciclo di Aspasia (dal nome della cortigiana greca amata da Pericle), improntate alla delusione per l’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti. Composte tra il 1831 e il 1835, le cinque liriche del ciclo approdano alla consapevolezza della fragilità dell'esistenza e all'accettazione del destino umano (l'infinita vanità del tutto), anticipando il messaggio racchiuso negli ultimi versi del Tramonto della luna: “Giovinezza sparì, non si colora/D'altra luce giammai, né d'altra aurora/Vedova è insino al fine; ed alla notte/Che l'altre etadi oscura/Segno poser gli Dei la sepoltura”.