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Canti di Castelvecchio: parte prima
Canti di Castelvecchio: parte seconda
Il ritorno a San Mauro
Appendice


Veduta di Barga
I papaveri di Claude Monet
Cortile rustico di Marco Ricci




Ottocento > Giovanni Pascoli

Canti di Castelvecchio

I Canti di Castelvecchio prendono il nome dalla località della Garfagnana dove Pascoli si ritirò a vivere nel 1895 con la sorella Maria (Mariù), dopo le nozze dell'altra sorella Ida. Pubblicati nel 1903 e dedicati alla madre, i Canti si suddividono in due nuclei a sfondo biografico, rispettivamente composti di 60 e 9 poesie (queste ultime dal titolo Ritorno a San Mauro), cui, dopo la morte del poeta, Mariù aggiunse in appendice Diario autunnale. Il rifugio nella quiete della campagna appaga finalmente il sogno di una vita rustica e isolata, lontana dal ritmo travagliato dell'esperienza quotidiana, perseguita da Pascoli non solo come esigenza psicologica, ma anche come rifiuto e fuga dal degrado della moderna civiltà, di cui la città era considerata emblema da molti intellettuali di fine Ottocento. Nei Canti tornano a comparire i temi della natura, degli affetti gelosamente custoditi, del dolore e della morte attesa con rassegnata accettazione, ma anche l'ombra del rimpianto per la vita non vissuta, per l'amore e l'eros cui il poeta ha rinunciato. “E piange, e piange - Mio dolce amore,/non t'hanno detto? non lo sai tu?/Io non son viva che nel tuo cuore./Morta! Si, morta! se tesso, tesso/per te soltanto; come, non so;/in questa tela, sotto il cipresso,/accanto alfine ti dormirò”, sono versi tratti da La tessitrice. Anche se non ancora vecchio, il poeta è ormai definitivamente rinchiuso su se stesso, rivolto al passato e proiettato nei luoghi dell'infanzia, nel ricordo dei defunti e nel rimpianto della madre morta (“...E su la tomba di mia madre rimangano questi altri canti!... canti d'uccelli....”), e la presenza dominante della morte in questa sua ultima fatica così viene giustificata nella prefazione all'opera: “Troppa morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte, senza cioè religione, senza quello che ci distingue dalla bestie, è un delirio, intermittente o continuo, o stolido o tragico”.
I Canti di Castelvecchio sono considerati dalla critica come il punto più alto della innovazione poetica di Pascoli, la cui poesia influenzerà alcuni tra i più importanti autori italiani del Novecento, da Montale a Ungaretti a Saba.


  

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