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Veduta della Città ideale




Seicento > Tommaso Campanella

Città del Sole (La)

Trattato filosofico di Tommaso Campanella, La Città del Sole ebbe una prima pubblicazione in latino, dal titolo Civitas solis idea reipublicae philosophichae, presso Francoforte nel 1623, e una seconda a Parigi nel 1637. L’edizione italiana, pubblicata integralmente soltanto nel 1904, era stata composta nel carcere di Napoli nel 1602.
L’opera è il disegno utopico di una città ideale, scritta sotto forma di dialogo filosofico tra un cavaliere dell’ordine degli Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme, e un “Genovese nocchiero del Colombo”, che narra del suo arrivo all’odierna isola di Sumatra, chiamata Taprobana, e della sua partenza per la Città del Sole, fondata da genti provenienti dalle Indie, che scelsero di vivere “alla filosofica in commune”.
La città sorge su di un’altura ed è divisa in sette gironi, chiamati con il nome dei pianeti; a essa si accede attraverso quattro porte, situate nei quattro punti cardinali. Nella sua parte alta o acropoli vi è un tempio circolare, sul cui altare è situato un mappamondo. Il capo è un Principe Sacerdote (Sole o Metafisico), col quale collaborano principi minori come Pon, ovvero Potestà, Sin, ovvero Sapienza, Mor, ovvero Amore, che si sono suddivisi le varie mansioni (ad esempio Amore si prende cura della procreazione, dell’educazione, della salute...) e hanno diversi “offiziali” atti a eseguire i loro ordini (ad esempio da Sin dipendono “l’Astrologo, il Cosmografo [...], il Loico, il Rettorico, il Grammatico [...], il Morale”).
Nella città non esiste il concetto di proprietà: la sua assenza impedisce che l’avidità prenda piede e che l’amore comune per il lavoro e la patria sia soppiantato dall’amor proprio. Tutti ricevono la stessa educazione in tutte le arti e viene eletto Principe Sacerdote o Sole chi risulta perfetto nell’esercizio delle cognizioni apprese, con particolare attenzione al sapere filosofico, essenziale per l’arte del buon governo. I figli, la cui nascita è limitata per evitare il sovraffollamento della città, sono educati in comune e, essendo comune anche l’uso delle stanze e delle cucine, i giovani devono servire gli anziani, portando loro rispetto. Soprattutto è assolutamente inesistente qualsiasi discriminazione di classe, essendo la nobiltà d’origine sostituita con una di natura morale e filosofica. Importante è altresì l’esercizio fisico, secondo i dettami dell’antichità, atto a forgiare forti guerrieri. Poco in uso è invece il commercio, mentre sia la navigazione, sia l’agricoltura sono tenute in grande stima e quest’ultima permette un’alimentazione naturale. Nella città sono assenti le prigioni, perché superflue, così come poche ed essenziali sono le leggi, essendo la vita regolata da una religione molto simile a quella cristiana, grazie alla quale si crede nell’immortalità dell’anima e nell’efficacia della preghiera: per questo si onorano Dio e i corpi celesti, ma soprattutto il sole, “insegna e volto di Dio”.
L’opera, inserita in un filone in voga nel periodo successivo alla Riforma e alla Controriforma, prende a modello l’Utopia di Tommaso Moro e deve la sua fortuna all’edizione latina; nella versione italiana godette di grande fama, tra i democratici e i ceti popolari in primo luogo, anche per tutto il corso dell’Ottocento.

  

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