Fosca comincia a uscire a puntate sul Pungolo nel febbraio 1869. Leone Fortis, il direttore del giornale, ignorava che il romanzo non fosse terminato e già aveva versato all’autore il compenso pattuito. Ma Tarchetti non lo ultimò mai e lasciò incompiuto un capitolo centrale che fu inserito, dopo la sua morte, dall’amico scrittore Salvatore Farina, perché si concludesse la pubblicazione sul Pungolo. Lo stesso Farina curò la pubblicazione in volume nel 1869 per l’editore Treves. Il motivo della mancata ultimazione del romanzo da parte di Tarchetti è intrinseca alla genesi e alla stesura del libro: esso narra il tormentoso dilemma di Giorgio, il protagonista che parla in prima persona, tra l’amore luminoso e armonico per Clara e l’amore funesto e ossessivo per Fosca. Il soggetto è autobiografico, anche se il confine tra realtà e finzione narrativa resta molto confuso, e impegna l’autore fino alla morte; gli ultimi suoi anni di vita sono però così funerei, che la Fosca, nevrotica, possessiva, maniacale e malata, viene a identificarsi con l’ossessione della malattia e della morte, diventa il simbolo della tragedia e quasi paralizza la mano dello scrittore. Il racconto si snoda sempre su due piani: da un lato vi è la zona felice di Clara, sana, bella e luminosa, dall’altro la zona buia e mortuaria rappresentata dal rapporto drammatico tra Giorgio e Fosca. La storia centrale del romanzo è però quella di Fosca; infatti le due parti sono quantitativamente squilibrate e la zona di Clara è soltanto un’isola di ricordi piacevoli funzionale alla narrazione dell’infatuazione di Fosca che trascina Giorgio, attraverso una serie di equivoci e ricatti, nella rete della propria mente malata e avida, imponendosi sulla sua volontà e sui suoi reali sentimenti.
Romanzo antimanzoniano nelle intenzioni, secondo gli stereotipi degli Scapigliati, lo è in realtà poco nella struttura, nella finzione del “manoscritto trovato”, nei capitoli di raccordo, nelle riflessioni generali su di sé e sul proprio destino fatte dal protagonista, nella descrizione del viaggio a Milano e del paesaggio padano. È lontano invece dal modello di Manzoni nel presentare una realtà sfaccettata, vista attraverso l’intimità psicologica dei personaggi e quindi deformata dalla loro soggettività, tensione emotiva e fantasie. Un libro dunque Fosca ancora distante dal romanzo psicologico del Novecento, ma pur sempre una prova del superamento del romanzo storico degli epigoni manzoniani, che risalta nel panorama, alquanto scarno, della narrativa italiana del secondo Ottocento.