La prima edizione di Giacinta è pubblicata da Luigi Capuana nel 1879 e dedicata allo scrittore francese Émile Zola, col quale l’autore condivide le tematiche naturalistiche. Questo romanzo, che fu il primo dell’autore, fu accolto con diffidenza dalla critica, e addirittura considerato, per l'argomento narrato e il nuovo stile usato, scandaloso, mediocre e immorale.
Nella successiva edizione l'autore, provocatoriamente, annoterà in apertura del romanzo: “Ho la coscienza di avere scritto un libro né ipocrita né immorale. Così fossi egualmente sicuro di aver fatto, com'era mia intenzione, una vera opera d'arte!”. E in questo appunto, che nasce come risposta a una critica che lo aveva duramente attaccato, vi è la dichiarazione di una scelta di ordine metodologico. Fare del romanzo un “documento umano”, raccontare la realtà fin nelle sue pieghe più violente e amare senza intromettere giudizi e valutazioni, era questo il senso dell'arte per il Naturalismo, di cui Capuana si nutriva in quegli anni. Di conseguenza rivendicare come ideale la moralità dei personaggi descritti era una posizione inconciliabile con gli intenti veristi.
Ma cosa racconta di così indecente questo romanzo? Racconta la storia di Giacinta, una giovane donna in cui il trauma della violenza sessuale subita da bambina da parte di un servo di casa, oltre alla mancanza di affetto (la madre Teresa, è donna cinica e arrivista, circondata di amanti), ha compromesso la possibilità di essere felice e alimentato quello che l'autore definisce “l'orrore del mondo”. Giacinta, infatti, ormai cresciuta, pur dichiarando di amare Andrea Gerace, vuole intessere con lui soltanto una relazione senza impegni matrimoniali. Questa scelta, oltre al peso delle tristi esperienze passate, al gretto contesto sociale in cui vive e ad alcune scelte sbagliate (come il matrimonio contratto per convenienza con un conte) la conducono all’estremo dei gesti: il suicidio.
Nonostante l'intento zoliano, Capuana non riesce in questo romanzo a raggiungere il livello espressivo e linguistico del grande romanziere francese. È interessante però notare come la descrizione del dramma umano di Giacinta, condotta tramite un’indagine dell'interiorità del personaggio, lo allontani dal Naturalismo e lasci intravedere la tendenza, confermata nella succesiva opera Il marchese di Roccaverdina, scritto nel 1901, ad approfondire la ricerca di carattere psicologico, tendenza che sancirà in lui il superamento del Verismo e l’avvicinamento ai romanzieri del primo Novecento.