La locandiera, commedia in tre atti di Carlo Goldoni, andò in scena al teatro di Sant'Angelo a Venezia, una sera del gennaio 1753.
Piacque al pubblico veneziano e divertì molto quella parte della commedia che è gioco, o contesa, tra due attrici di professione, Ortensia e Dejanira, e un'attrice, diciamo dilettante, Mirandolina. Piacque assai meno quella che è la commedia d'amore, forse perché ne La locandiera un vero intreccio amoroso non esiste. Goldoni in realtà scrive una commedia sull'egoismo, sull'auto affermazione umana. Mirandolina, la locandiera, seduce il cavaliere di Ripafratta, questo è fuor di dubbio, ma l'espediente serve a mettere in scena l'impietosa analisi di quattro personaggi alla ricerca della loro identità. Il marchese di Forlipopoli la cerca nella stizzosa difesa di un ceto sociale (quello della nobiltà) ridotto a pura espressione verbale; il conte d'Albafiorita crede di trovarla nel potere del denaro, essendo un aristocratico dell'ultim'ora; il terzo, il cavaliere di Ripafratta, si ostina a cercarla nella sua misantropia altezzosa; Mirandolina, infine, rintraccia il proprio io, quasi per scommessa, nel suo ruolo di impareggiabile seduttrice. Ma la farsa non riesce a soddisfare nessuno. I tre uomini, usciti di scena, entreranno in un'altra locanda per architettare un'altra fiera delle vanità; Mirandolina, con il suo servo-marito, resta sgomenta, amareggiata dopo la sua esibizione.
Goldoni, con La locandiera, dà voce a quel ceto piccolo-borghese, rappresentato appunto da un'albergatrice, che nella dichiarazione della finzione scenica “recita” con parole, accenti e atteggiamenti in alcuni momenti spregiudicati, in altri colmi d'ira che non sembrano per nulla “finti”. Dopo essere riuscita nel suo intento, Mirandolina concede però la propria mano al cameriere Fabrizio: nonostante le sue magistrali finzioni, infatti, non scorda il suo stato di locandiera, avveduta e desiderosa di buona reputazione.