Silvio Pellico intraprese la stesura delle Mie prigioni nell’estate del 1830, a un anno dalla liberazione dalle carceri austriache, sotto sollecitazione del proprio confessore; nel 1832 terminò la stesura e, superate le censure piemontesi, l’opera uscì presso l’editore Bocca di Torino, per essere poi integrata con i cosiddetti “Capitoli aggiunti”, e pubblicata in un’edizione francese del 1843, soltanto successivamente tradotta in italiano.
Le mie prigioni si presenta come un libro di memorie, scritto durante i dieci anni di prigionia nelle carceri dell’Impero austriaco, iniziati con la reclusione in un carcere milanese, proseguiti col trasferimento nei “Piombi” veneziani - fase questa faticosa e incerta, piena di scoramenti ed estenuazioni psicologiche per i continui interrogatori - e conclusi con l’imprigionamento definitivo allo Spielberg. Esso non è però soltanto un diario: è anche la testimonianza di una profonda esperienza interiore, un importante documento storico e un importante punto di riferimento per i protagonisti del Risorgimento, che trovarono nel mito dell'eroe romantico uno stimolo all'azione politica. Attraverso le sofferenze della reclusione, l'autore riscopre la fede cristiana e trova in essa non solo rifugio e salvezza, ma anche un'immensa saggezza e una forza che alla fine decreta la vittoria di chi, a uno sguardo superficiale, può apparire un vinto. Pellico, infatti, riscopre il vero spirito cristiano non nei presupposti teologici della religione, ma nella sua dimensione più umana e morale, nell’ideale di fratellanza universale nei confronti del prossimo, chiunque egli sia. È lo sguardo cristiano che riesce a penetrare oltre l'apparenza delle cose che svela a Pellico la sorte comune sua, di recluso, e del carceriere Schiller, anch'egli vittima innocente di un sistema che lo priva della sua umanità.
A questa concezione della vita, che colpì il nemico austriaco più di un attacco diretto e sfrontato, si accompagnano le descrizioni asciutte ed essenziali delle terribili condizioni di vita dei reclusi, della malattia e della morte.
Il libro ebbe un immediato successo ma, probabilmente, non fu colto nel suo vero messaggio. I patrioti italiani lo considerarono una sorta di manifesto antiaustriaco, gli Austriaci, ovviamente, lo accolsero con sospetto e diffidenza, mentre i liberali non ne condivisero quello che, secondo loro, era lo spirito rinunciatario che serpeggiava in tutta l'opera; esso in realtà nasceva da un'esigenza d'introspezione religiosa, sebbene il mito dell'eroe romantico prevalse sulle intenzioni dell'autore. Di fatto Le mie prigioni inaugurarono un filone memorialistico che si svilupperà lungo tutto il corso del Risorgimento. Attraverso la narrazione delle proprie vicissitudini, infatti, molti uomini d’azione troveranno il modo di esprimere i propri ideali e il mezzo, con la descrizione delle loro sofferenze materiali e spirituali, per divulgare vicende edificanti e promuovere o fortificare tra le masse una maggiore libertà di spirito e di intenti.