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Sala dei Giganti a Palazzo Te a Mantova
Monastero di Roncisvalle
Frontespizio del Morgante




Quattrocento > Luigi Pulci

Morgante
 

A Pulci fu commissionata la stesura di un poema di materia carolingia da Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo de’Medici: così nacque Morgante. Rifacimento di poemi cavallereschi, l’opera, in ottave, è suddivisa in 28 cantari; il termine “cantare” anziché “canti”, indica l’origine popolare e non aulica del poema. Del Morgante, di cui Pulci iniziò la stesura nel 1461, anno in cui frequentò assiduamente casa de’Medici, uscirono almeno quattro edizioni: solo l’ultima però presenta l’opera nella sua mole definitiva e vede aggiunti cinque cantari ai ventitré originari. Le edizioni più note furono la Ripolina e la Veneziana, posteriori al 1480.
La narrazione inizia alla corte di Carlo Magno, a Parigi: qui il traditore Gano di Maganza calunnia Orlando, il più abile e fedele tra i paladini dell’imperatore. Orlando, sdegnato, lascia la città, e si dirige verso Oriente e durante il cammino giunge presso una badia dove alcuni monaci vivono terrorizzati da tre giganti; egli li affronta e ne risparmia soltanto uno, di nome Morgante, che si converte al cristianesimo e diverrà suo inseparabile compagno di viaggio. Morgante porta un enorme elmo, ha una fame insaziabile e una forza smisurata; paradossalmente, però, morirà morsicato da un granchiolino, dopo aver dato un saggio della sua forza salvando i paladini da un terribile naufragio. Nel cantare XVIII compare un altro personaggio, spassoso e strambo, il mezzo gigante Margutte, che si accompagna a Morgante in alcune avventure giocate con spirito goliardico e aggressivo. Per Margutte, privo di ogni fede, non esiste niente di sacro: l’unica cosa di cui gli importi sono i tortelli e le torte, e non a caso i due si recano in una locanda dove divorano una cena pantagruelica e ingannano l’oste. Ma il destino vuole che Margutte muoia per un eccesso di risa, causato da una beffa di Morgante. Insoliti sono anche i personaggi dei diavoli: uno in particolare, Astarotte, è investito dal poeta del compito di esprimere le sue idee, a tal punto audaci per quei tempi, da venir considerate eretiche, sebbene espresse sempre in tono burlesco. La famosa battaglia che chiude il poema è quella di Roncisvalle dove, a conclusione di mille avventure eroiche e strampalate, si trovano riuniti i paladini. Dopo aver visto con i propri occhi la morte dell’amico Ulivieri, Orlando suona il corno della ritirata; Carlo intuisce soltanto allora con certezza il tradimento di Gano e ne decreta l’imprigionamento. Corre poi a Roncisvalle e conquista Saragoza. Alla fine Gano è suppliziato, Rinaldo imita Ulisse e parte per il mondo e Carlo prosegue le guerre in difesa della cristianità. In chiusura il poeta riassume la vita di Carlo e sigilla il poema con una lode al suo amico Poliziano.
La popolarità del Morgante presso i lettori fu ed è tuttora indiscussa: Pulci, infatti, aprì la strada, con il Boiardo, alla fortunata stagione cinquecentesca del poema cavalleresco.

  

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