La raccolta di poesie, date alla stampa per la prima volta nel 1891 col titolo di Myricae, comprendeva 22 liriche che erano già state pubblicate su diverse riviste. Il titolo, scelto da Pascoli stesso a indicare il proprio genere di poesia, deriva da un verso di Virgilio dedicato alle tamerici, piccoli arbusti umili e comuni. Alla prima edizione seguirono, nel corso degli anni, altre 5 edizioni, fino all'ultima e definitiva del 1906, che comprende 156 componimenti poetici, divisi in 15 sezioni. L'opera, realizzata in un ventennio, non si presenta pertanto come un corpus omogeneo nei contenuti e nello stile, ma illustra l'evoluzione dell'iter poetico dell'autore. La poesia è concepita da Pascoli come intuizione, come scoperta di qualcosa che è già insito nella realtà, ma che è esprimibile solo attraverso un linguaggio nuovo e sperimentale. Un linguaggio che, come quello del “fanciullo” (i principi della poetica di Pascoli sono da lui illustrati nel testo Il fanciullino del 1897), sia capace di giocare con i suoni, di evocare immagini e sensazioni, di rivelare il valore poetico e misterioso delle cose della natura. Da qui deriva l’ampio ricorso alla metafora e al simbolismo e la ricerca di una dimensione fonica innovativa, tramite l’uso esteso dell'onomatopea, di modi espressivi cioè costruiti a imitazione dei suoni della natura. In questo percorso rimangono sempre presenti i temi cari a Pascoli: la regressione al tempo dell'infanzia (Orfano), la celebrazione del mito della famiglia d'origine con il culto e la rievocazione dei propri defunti (X agosto), il conforto e il rifugio nella natura (Arano, Temporale), ma anche un progressivo e sempre più dominante senso di angoscia e un desiderio di annientamento e di ricongiungimento alla terra, che si carica di significati simbolici e crepuscolari (L'assiuolo, Novembre). “Silenzio, intorno: solo, alle ventate,/odi lontano, da giardini ed orti,/di foglie un cader fragile. È l'estate,/fredda, dei morti”, scrive Pascoli in Novembre.