Quando nel 1513 Machiavelli scrisse il Principe si trovava a San Casciano. Dopo la caduta della Repubblica fiorentina, retta da Pier Soderini, di cui era stato amico e consigliere, Machiavelli si era ritirato in quel luogo tranquillo e aveva iniziato a scrivere i Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio. L'intento era quello di tracciare il disegno dello Stato ideale prendendo come spunto lo Stato romano, così come lo aveva descritto Livio nelle Storie. Le urgenze dei tempi presenti presero però il sopravvento e lo indussero ad abbandonare la via della tradizionale etica politica per affrontare direttamente il grande problema della politica rinascimentale: quello del principato. Così nacque il Principe.
L'opera è indirizzata a Lorenzo di Piero de' Medici duca di Urbino, il quale, sorretto dall'autorità di papa Leone X (anch'egli membro della famiglia de' Medici) e accompagnato nell'azione dalle indicazioni dello stesso Machiavelli, avrebbe potuto dar vita a un modello monarchico-unitario in grado di risollevare le sorti dell'Italia.
L'ambito entro il quale si svolgono i ventisei capitoli del Principe è quello della “realtà effettuale”: non è più tempo di costruzioni astratte e così, in nome dell'utile politico, anche le consuete virtù morali dei regnanti vengono polemicamente rovesciate. Dopo aver distinto le forme di governo in repubbliche e principati, e suddiviso questi ultimi in ereditari, nuovi o misti, l'autore affronta il modo in cui essi si possono guidare e mantenere. La trattazione raggiunge subito il nodo cruciale della questione, ovvero come si formano i principati nuovi; come si conquistano, con armi proprie o con truppe mercenarie, con la fortuna o con la virtù; come, una volta conquistati, possano essere conservati. Oltre agli illustri modelli dell'antichità, da Mosè a Romolo, a Machiavelli preme rievocare le vicende politico-militari dei capitani di ventura, dal vittorioso Francesco Sforza fino a Cesare Borgia.
La “virtù”, privata del suo significato morale, è per l’autore l'insieme di quelle capacità individuali che sono necessarie al principe: abilità, potenza individuale, fiuto delle situazioni e misura delle proprie possibilità. A lui si richiede di coniugare le virtù della volpe e del leone, avere quindi astuzia nel cogliere gli aspetti favorevoli delle situazioni e forza combattiva. Esistono però precetti generali a cui il principe si deve attenere per ben governare e questi sono “le buone leggi e le buone armi”. Aver trascurato tali fondamenti, per i principi italiani, privi di eserciti fidati da contrapporre ai nemici, ha rappresentato di fatto la loro sconfitta, poiché “non può essere buone leggi dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene che sieno buone leggi”.